Il fattore umano

Il fattore umano

Sono oltre trent’anni che Maurice Castle fa parte dei Servizi Segreti di Sua Maestà, e lo si può definire la quintessenza dell’abitudine: a mezzogiorno spuntino in un pub dietro St. James Street per gustare delle ottime salsicce; la lista della spesa da fare una volta uscito dal lavoro e un precisione da far invidia a un orologio svizzero. Condivide l’ufficio con Arthur Davis, decisamente meno puntuale e meno abitudinario di lui, appassionato di porto e irredimibile scapolo. Nonostante l’apparenza di un giorno come tanti, proprio poco prima di uscire, entrambi vengono convocati dal Generale Tomlinson, il quale presenta loro il Colonnello Daintry, una “scopa nuova” incaricata di occuparsi della sicurezza della sezione. La prima impressione non è delle migliori, ma del resto si tratta di un tizio che sta lì appositamente per fare domande e per controllare che tutto sia a posto. Tra una domanda tagliente e un’osservazione certo non buttata lì per caso, Daintry è riuscito a comprendere a grandi linee come funzionassero le cose nella Sezione 6A, dove sono impiegati Castle, Davis e Watson, il loro diretto superiore. Al di là di questa novità si è trattata dell’ennesima giornata ordinaria, e Maurice Castle può tornarsene a casa tranquillo da sua moglie Sarah...

Il fattore umano è uno degli ultimi romanzi di Graham Greene, prolifico e sottovalutato autore del ‘900 che avrebbe meritato quantomeno la soddisfazione di un Premio Nobel. L’ispirazione di Greene, mostrata a più riprese in opere quali Il potere e la gloria, Il nostro agente all’Avana e in una vasta produzione di racconti, non tende a scemare nemmeno nella parte finale della sua carriera, e questo romanzo ne è la più lampante dimostrazione. Come in altre situazioni, l’autore pesca dal tumultuoso scacchiere politico internazionale e dal mondo dello spionaggio – da lui ben conosciuto vista la sua militanza nell’MI6 – per disegnare una storia in cui tematiche quali la lealtà, il rispetto per l’autorità, i doveri nei confronti della famiglia e la diatriba tra morale e obbligo si fanno strada in una rete complessa e ricca di capovolgimenti di fronte. Castle, il protagonista, è un agente ligio al dovere e preciso oltremisura, reduce da movimentate vicissitudini nell’Africa del Sud, da dove è tornato con una compagna di colore e un bambino, suscitando l’ira dell’amministrazione segregazionista locale e un po’ di malcontento in seno ai servizi segreti di sua Maestà. Di contro il suo collega, Davis, è tutt’altro che preciso e, un po’ per il suo vizio di bere e un po’ per quello di portare in giro documenti che dovrebbero rimanere in ufficio, non suscita particolare simpatia nei superiori. Saranno strane fughe di notizie a suscitare le ire dei piani alti, che in maniera del tutto stragiudiziale (per non dire arbitraria), vorranno far chiarezza. Su questo canovaccio si articola il dramma umano del protagonista che, pagina dopo pagina, si accorgerà di un cerchio che va via via stringendosi attorno a sé, e lo obbligherà a ragionare attentamente sul significato di tradimento, in nome di un conflitto di lealtà che investirà la sua famiglia, l’MI6 e vecchi conti in sospeso che dall’Africa sono tornati a bussare alla sua porta, offrendo una sincerità e una schiettezza inusuali per un universo chiuso e doppio quale quello dello spionaggio. Magistrale nel descrivere le tortuose ramificazioni psicologiche dei personaggi e sapiente nel dosaggio della crescente suspense, Greene fa centro ancora una volta regalando un’altra gemma in una produzione vasta e decisamente da riscoprire.



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