Il filo di Auschwitz

Beregszász,Ungheria, 1944. Tomas Kiss avrebbe un mestiere garantito, se solo volesse: suo padre Hermann è un rinomato sarto, che per scelta veste solo uomini, con stoffe pregiate che si fa arrivare apposta da Paesi lontani. Il ragazzo tuttavia preferisce giocare con il fratellino lanciandogli addosso la scatolina piena di spilli, oppure arrampicarsi sugli alberi, oppure ancora costruire freccette con Matyas, l’apprendista di suo padre. Matyas ha davvero un talento naturale, per le freccette. Tomas non capisce come sprechi i suoi anni migliori in sartoria, lavoro per cui è visibilmente negato. Come non capisce perché di punto in bianco Matyas debba partire, scomparire, e con lui tutta la famiglia, perché sono arrivati i tedeschi. Tomas non capisce di essere a sua volta in pericolo: certo, capita sempre più spesso che gli vengano lanciati sassolini mentre cammina per strada, al grido di “Sporco giudeo” e frasi del genere, ma che sarà mai. Le cose cambiano, tuttavia, nel giro di pochissimo. I divieti per gli ebrei di fare qualsiasi cosa sono sempre più marcati, finché scappare, scappare prima che prendano anche loro, e nascondersi, nascondersi più che si può, sembra l’unica soluzione possibile…

Da dove nasce la consapevolezza delle proprie radici? C’è un momento preciso della vita in cui ciò per cui siamo nati acquisisce senso? Una delle testimonianze più frequenti di chi ha subito le leggi razziali nell’infanzia è di non essersi resi conto di essere ebreo fino a che qualcun altro non glielo ha fatto notare. A Tomas accade qualcosa di simile. È in quell’età in cui si traccia il confine fra il gioco e le prime, piccole responsabilità. In cui l’unica guerra che si conosce è quella con i genitori, accusati di essere troppo vecchi o troppo severi o troppo poco comprensivi. Suo padre lo vorrebbe sarto, lui ha tutt’altri pensieri. Fino a che la storia entra a gamba tesa, succede quello che oggi conosciamo, e per ironia della sorte il lavoro rende Tomas libero. La scritta che vede all’entrata del campo assume per lui un significato più profondo e complesso rispetto a come l’abbiamo sempre intesa. L’autrice si è ispirata alla vera storia di un suo cugino, che dopo la deportazione ha scelto di lavorare nella moda, e ha iniziato la sua carriera proprio lì, dove i vestiti sono ammucchiati in piccole montagne e le divise passano di corpo in corpo con tragica rapidità. La sartoria che Tomas ha disprezzato finché ha potuto, è diventata una via d’uscita non solo per sopravvivere al campo, ma per determinare tutto ciò che verrà dopo.



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