Il fiore d'oro

Il fiore d'oro
Gardone Riviera, 1944. È davvero sovraffollato il Vittoriale degli Italiani, la lussuosa villa-mausoleo in cui Gabriele d’Annunzio visse dal 1921 fino alla morte. Una spedizione di ricerca dell’Ente Cinematografico di Berlino lo sta setacciando alla ricerca delle fantomatiche didascalie che il Vate scrisse di suo pugno per un kolossal mai realizzato: Il fiore d’oro. Nessuno ne conosce il soggetto, ma i nazisti intendono trovarle per farne un film di propaganda. Tra gli ospiti della villa c’è anche lo Standartenführer Dietrich von Altenburg, inviato sul lago di Garda da misteriosissimi superiori e non certo per una missione cinefila. Perché il fiore d’oro potrebbe essere ben altro che un sogno di celluloide. Forse il mistico gioiello che Wagner aveva ricevuto da Schopenhauer, un potente talismano dal potere ambiguo (portafortuna o menagramo?) di cui d’Annunzio s’era appropriato alla morte del compositore. Forse un’arma di inimmaginabile potenza, un’invenzione dagli incalcolabili effetti nata dalle ricerche di Guglielmo Marconi sulle radiazioni elettromagnetiche e il cui segreto potrebbe ancora essere custodito nella dimora dell’amico poeta. Le ricerche sono tutt’altro che facili, tanto più che un imprendibile assassino ha cominciato a seminare cadaveri. Dietrich von Altenburg indaga, concedendosi di tanto in tanto qualche piacevole intermezzo (la carne è debole, si sa, e l’ufficiale tedesco particolarmente confuso – e focoso): l’attrice Giulia Dalma gli arroventa il letto; l’ebrea Elena Contini gli suscita stilnovistici sentimenti; l’antiquaria Claudia Vervén risveglia inconfondibili ardori…
Parentesi rosa a parte, è davvero una perfetta trappola per topi il Vittoriale, la location ideale per una trama gialla piena di colpi di scena come è questa del Fiore d’oro. A sostanziarla c’è la ricostruzione puntigliosa di un momento storico preciso (che è quello dell’Italia allo sbando della Repubblica Sociale di Salò, degli ultimi, macabri, lampi di guerra, dell’insicurezza e del sospetto), ma anche l’evocazione di un certo clima culturale (da Jung, all’esoterismo, al cinema del Ventennio). Un mistery “geometrico” che non a caso nasce dalla complice collaborazione di un giallista e di uno storico di fama, come era avvenuto ne Lo specchio nero (2004), di cui già protagonisti erano l’affascinante Dietrich von Altenburg e l’eterea Elena Contini. Indizi lampanti – il fatidico “ma questa è un’altra storia”, ad esempio – lasciano intuire che il prode ufficiale tedesco tornerà presto sulle nostre pagine, in un’altra rocambolesca, erudita avventura.

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