Il fiore e le spade

Il fiore e le spade

Nel tratto tra Firenze e Bologna, in quella mattina del settembre 1718, Carlo Wogan perde il cavallo, che si azzoppa inciampando. C’è un rapporto molto forte tra cavallo e cavaliere, tanto che lui non abbandona l’animale, ma piuttosto scende e prosegue lentamente a piedi, tenendolo per le briglie e fischiando. Un colpo di fortuna fa sì che un albergo sia proprio lì vicino e che davanti a questo albergo ci sia una carrozza da viaggio con i cavalli attaccati. Viaggiatrice su questo mezzo è una giovanissima dama bionda, con gli occhi color del cielo, diretta a Bologna e che ha urgente bisogno di un postiglione. Si accorge che Wogan sta guardando la sua carrozza e gli racconta che il suo cocchiere era ubriaco, ma così ubriaco da essere ruzzolato giù da cavallo proprio davanti alla porta della locanda. Lei gli ha rotto un bastone sulla schiena, ma non è servito a nulla, anzi il servitore si è trascinato sul corridoio e ha ricominciato a dormire! “La fortuna è propizia a entrambi, signora ‒ dichiara allora Wogan ‒ Il mio cavallo è azzoppato, come vedete. Sarò io il vostro vetturale, perché anche io ho una fretta disperata di andare a Bologna”. Detto questo affida il suo cavallo all’oste, raccomandandogli di averne cura e suggerendo i rimedi che desidera siano applicati alla zampa danneggiata, si arrampica quindi sulla sella del postiglione e con la complicità dell’oste che rassicura la dama, pur se non ha mai visto in vita sua quel cavaliere, fa schioccare la frusta e parte al galoppo, raggiungendo Bologna quello stesso pomeriggio...

“Di cappa e di spada”. Questa la definizione giusta per il genere letterario in cui può essere contemplato anche questo romanzo di Alfred Mason, non mancandovi gli ingredienti necessari: una corte reale, un matrimonio da celebrare, la principessa da salvare e tutto intorno un nugolo di cavalieri che ricordano i più famosi D’Artagnan e i tre moschettieri di Alexandre Dumas. Tra assalti notturni, matrimoni combinati, rapimenti e sotterfugi, tutto sembra essere in regola per riservare una sorpresa o un sussulto in ciascuna pagina, tracciando al tempo stesso personalità coraggiose (come quella della principessa Clementina Sobieska, figlia del principe di Polonia e promessa sposa di Giacomo Stuart, il “principe esiliato”) e capricciose (Maria Vittoria principessa di Caprara che non disdegna di inveire e maledire chi si pone sulla sua strada, ostacolando i suoi progetti). Questo romanzo del 1901 aveva in origine il titolo di Clementina ed era ispirato a una storia vera, una vicenda quasi dimenticata relativa al matrimonio tra Maria Clementina Sobieski, nipote di Giovanni III re di Polonia, e Giacomo Francesco Edoardo Stuart, figlio del deposto re d’Inghilterra Giacomo II. È altresì veritiero il rapimento di lei da parte di chi osteggiava l’unione dell’inglese con una principessa così ricca, intravedendovi un possibile suo ritorno sul trono. Quello che la storia vera ha aggiunto alla vicenda narrata dal libro è relativa al matrimonio infelicissimo ‒ anche se benedetto da due figli ‒ la cui nascita non riuscì però ad allontanare il loro padre dalle sue numerose amanti che si portava anche a casa, mentre Clementina, amatissima dall’aristocrazia papalina e dalla Roma di quel tempo, pur di non vedere più i tradimenti del marito si rinchiuse nel convento di Santa Cecilia, dove morì ad appena 32 anni.



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