Il Fiore nell’Ombra

Il Fiore nell’Ombra

La comparsa del tatuaggio in Giappone è datata alcuni secoli prima di Cristo, reperti archeologici presentano segni considerati antesignani del tatuaggio, codificato poi dagli Ainu, popolazione nativa del Giappone. Al III secolo a. C. risalgono le statuette di terracotta chiamate Dogu, che mostrano decorazioni geometriche e astratte, specialmente intorno a bocca e occhi, con probabile valore apotropaico. Al tempo, secondo lo studioso Phillippe Dallais, gli strumenti utilizzati per tali decorazioni erano pietra e ossidiana. Il tatuaggio, oltre a valenza propiziatoria, poteva indicare il rango sociale di una persona e veniva fatto volontariamente. Il termine specifico è Horimono, che significa “incidere”, col tempo andrà a indicare le elaboratissime e colorate opere realizzate da maestri, che rispondono a regole precise. Si attesta successivamente al 400 d.C. l’uso del tatuaggio con accezione negativa, considerato punitivo e imposto a chi commetteva reati. Il termine che lo identifica è Irezumi, e significa “inserire inchiostro”. Un marchio d’infamia che variava in base al reato commesso, alla zona del corpo in cui veniva eseguito, al paese in cui avveniva il misfatto. Il tatuaggio era adoperato anche dalle prostitute per dimostrare fedeltà e amore verso gli amanti, i simboli erano molteplici e l’incisione fatta nelle zone nascoste del corpo, in caso di tradimento o rottura del rapporto si ricorreva a bruciature per cancellarli. Durante il periodo Edo (1603-1867) si avranno nuove attestazioni di tatuaggi volontari e col tempo la pratica diverrà un’autentica arte, con maestri che otterranno fama e rispetto…

Costanza Brogi ha seguito il percorso del tatuaggio nella cultura giapponese dalle origini fino all’epoca moderna, spiegandone caratteristiche e simbologie, quale importanza abbia ricoperto a livello sociale e successivamente artistico. Il testo, pur presentando qualche difficoltà a causa dei tecnicismi necessari e della presenza di numerosi termini giapponesi, non dà problemi di lettura, la suddivisione degli argomenti e l’ordine cronologico facilita la comprensione e aiuta a distinguerne con senso critico i vari elementi, mantenendo viva la curiosità e gli aspetti suggestivi. Sono presenti numerose illustrazioni a supporto della narrazione, un’interessante raccolta fotografica alla fine del volume, schemi di approfondimento per comprendere al meglio le scelte figurative e i termini con cui venivano realizzati gli Horimono. Inclusa la bibliografia finale per chi volesse attingere ulteriori informazioni. Nell’introduzione la studiosa afferma con passione come la particolarità del tatuaggio in Giappone abbia stimolato la sua volontà di scoprirne storia e segreti: “Quei corpi, quelle forme e quelle linee, così solide e imperfette, se si pensa a cosa si può fare con una macchinetta oggi, ma allo stesso tempo meravigliose nell’insieme, mi hanno fatto innamorare di questa forma d’arte e mi hanno spinto a studiarla e a ricercare sempre di più per scoprirne l’essenza”. La Brogi attualmente studia giapponese, colleziona testi sul Giappone, desidera ampliare il suo progetto di ricerca dopo questo primo libro e ha lei stessa un tatuaggio sul costato eseguito con la tecnica tradizionale giapponese dal maestro Ouka del Rat Skill Tattoo di Okayama.



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