Il fiume

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All’apparenza è una domenica come tutte le altre. Come sempre, Alessandro e Damiano si ritrovano al circolo per una partita di doppio a tennis, un pranzo veloce e del tempo da passare insieme. Alessandro ha quarantaquattro anni, gestisce la pubblicità delle ditte in fallimento, campa sulla rovina degli altri ma senza alcun rimorso. Damiano ha dieci anni ed è suo figlio, un bambino equilibrato, entusiasta, tutto casa, scuola, chiesa e coro. Quel giorno decidono di spezzare la monotonia delle chiacchiere del circolo andando a passeggiare sugli argini del Tevere. Tutto intorno è uno stridere di gabbiani e traffico incolonnato per la partita all’Olimpico. Basta un attimo, un battito di ciglia, e Damiano vola giù mentre si sporge per guardare un’anatra. Il fiume lo inghiotte; nemmeno il tempo di capire cosa sia giusto fare, e un uomo sconosciuto si tuffa in quella melma scura, portandolo in salvo. Respira, non è morto, va tutto bene, però suo padre non ha trovato il coraggio di correre a salvargli la vita. Per Alessandro è un dolore insopportabile per cui cerca da subito un riscatto. Così, quando Damiano lo supplica di trovare quello sconosciuto salvatore, Alessandro non può ritrarsi e comincia una specie di caccia al tesoro per mettersi sulle tracce del misterioso benefattore. È già quasi sera ma non importa: i due salgono in macchina e attraversano la città cucendo insieme gli indizi che vengono forniti loro dalle persone più improbabili. Alessandro non si arrende e per una volta non si ritrae; affronta la sfida; incontra un medico dei migranti vicino alla stazione; partecipa ad una festa di nobili decaduti dalle parti di Piazzetta Mattei; si imbatte in una prostituta, in un travestito, arriva persino in un circo di strada e nonostante sia ormai notte e le speranze si attenuino, continua a cercare e alla fine qualcosa riesce a scoprire...

Marco Lodoli ama Roma e si sente. Ma oltre ad amarla, la conosce, la rispetta, la perdona e la ritrae sempre in maniera perfetta nei suoi mutamenti e nelle sue infinite sfaccettature. Il fiume è il decimo, definitivo capitolo di una serie di libri che sono dei veri e propri affreschi metropolitani - basti ricordare Fannulloni, Crampi o Il grande circo invalido. L’ennesimo viaggio tra realtà e visione che ci accompagna in una capitale quasi trasognata, violenta, arrabbiata, ma sempre profondamente poetica. Tutto si svolge in un giorno, in quella che sembra una corsa trafelata alla ricerca della verità e in un certo senso di un riscatto. Alessandro incarna alla perfezione l’archetipo borghese dei nostri tempi: un lavoro che prolifica sulle disgrazie di poveri cristi sull’orlo del fallimento, pochi ideali, l’arte di accomodarsi su quello che c’è senza aspirare a niente di meglio o a qualcosa di più. Eppure “non si può sempre sorridere e scansarsi, lasciare che tutto rimanga uguale, intatto, inutile”. Dopo anni passati a tentare di adattarsi ad una realtà che non ha mai provato a cambiare, dopo scelte poco sentite e percorsi altrettanto poco rischiosi, basta un pomeriggio, un evento drammatico, il terrore di aver perso suo figlio, la vergogna figlia dell'immobilità per farlo reagire. “Una storia conta quanto un’altra, si parte dalla vergogna di ciò che si è e si prova a dimenticarla durante il viaggio ma la vergogna resiste, accompagna, precede. È la storia del mondo, infiniti tentativi per fingere di essere migliori, infiniti discorsi per negare la propria miseria”. Ma adesso non è più tempo per un pareggio consolatorio, adesso che quel figlio chiede giustizia e l’onore di un grazie da rendere ad un salvatore coraggioso e sconosciuto; adesso è il momento di gettarsi nella mischia, affondare nel fango, lottare contro i fantasmi, sfidare le secche di un carattere rinunciatario e partire alla conquista del mondo. Il mondo che descrive Lodoli è un universo metafisico che conserva sempre qualcosa di universale. I suoi personaggi sono lo specchio di un’epoca psichedelica e confusa ma non smarriscono la propria umanità né il necessario realismo. Il medico nero dei migranti è a suo modo un cristo dolente che arriva per aiutare i più sfortunati; la prostituta e il travestito sono figli di un degrado urbano evidente ma a tratti mistico. Poi ci sono i matti, i falliti, i borghesi decaduti, i corrotti, i poveracci: un vortice di umanità che non si arrende ed è pronta comunque a salire sulla giostra di una città magica. Ognuno ha il suo posto, ognuno il suo perché. Il circo di strada organizzato esclusivamente per un bambino cieco è forse il momento più alto e commovente di tutto il racconto. Alessandro viene ingaggiato come speaker per fare il resoconto parlato dello spettacolo, tra cavalli, comici ed equilibristi, e le sue parole riescono a ricreare un’atmosfera surreale che emoziona gli astanti e l'incredulo lettore. In questa che lo stesso Lodoli ama definire una favola nera non c'è nulla di completamente assolutorio. È una strada lunga ed impervia destinata a recuperare l’onore di un’esistenza per troppi versi anonima ed inutile. Qui l’eroe è sin dall’inizio l’antieroe per eccellenza, il perdente per antonomasia che però conserva un orgoglio bambino capace di concedergli l’assoluzione finale. In un trasumanare assorto e meravigliato, lo smarrimento degli inizi si trasforma poco a poco in un’esperienza salvifica volta a gettare nuova luce su destini apparentemente compromessi. Non manca nemmeno l’amore, quello perduto, quello sbagliato, quello confuso e quello tra un padre e un figlio che non sanno rinunciare alla speranza di un approdo. In fondo, il fiume non ha più gorghi, mulinelli o rapide, il fiume scorre placido e lento, non tradisce, non inganna e, come la vita, se ne va restando.



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