Il fiuto dello squalo

Il fiuto dello squalo
Sergio Scozzacane, detto lo Squalo per via del suo abnorme naso a pinna, fa una portentosa vita di merda. Di mestiere sarebbe impresario musicale. In realtà la sua etichetta, la “Musica Blue Records”, è una pressoché fallita macchina succhia denaro per disperati aspiranti artisti, o pazienti, come li chiama lui. Gente disposta a vendersi l'anima pur di ottenere i quindici minuti di celebrità che Scozzacane meschinamente millanta loro di poter regalare. Il problema di fondo però è che nell'agenda dello Squalo non figurano né vip, né tantomeno impresari di grido, ma solo nomi di creditori, avvocati che snocciolano querele e soprattutto i Santamaria, notissima famiglia camorrista napoletana a cui Scozzacane deve parecchio denaro. Lo Squalo alloggia alla pensione Nuova Libia, una porcilaia sperduta nell'hinterland napoletano che persino le puttane, sue saltuarie compagne di notti insonni, trovano ripugnante. Un giorno mentre è a Licola ad un festival locale di infima categoria intento a rappresentare le Traffic, sue ultime cerebrolese clienti, viene prelevato di peso e portato in un garage. Qui, dopo aver ripreso conoscenza, ottiene l'amputazione del mignolo del piede come regalino da parte dei Santamaria. Sembra la fine di tutto ma al ritorno in pensione riceve la telefonata della sua segretaria tutto fare. Mattia, uno dei tanti falliti che lui ha messo sotto contratto tempo addietro, ha appena vinto, sbancando la concorrenza in un reality-show. Davvero il destino infame ha deciso di dare una chance al povero Squalo? È arrivato finalmente anche per lui il momento di gloria e del tanto atteso riscatto?...
Gianni Solla, napoletano doc, al contrario dei clienti della “Musica Blue Records”, non solo non è un bluff ma è un cavallo di razza con finissimo pedigree letterario. Lo riconosci subito. Basta leggersi due righe qualsiasi di un suo scritto a caso, o persino del suo sito - Hotel Messico, il sito con i denti gialli - un'esilarante contenitore di storie geniali e spietate, nonché fucina e palestra da anni per le sue opere poi finite giustamente in libreria. Perché dopo la classica gavetta, fatta più che altro di partecipazioni ad antologie o lavori con editori minori, ora, proprio come capita a Mattia, il diamante grezzo che lo Squalo si trova improvvisamente per le mani, Solla trova finalmente la strada per offrirsi ad un più vasto pubblico, grazie alla Marsilio e al sempre impeccabile e prezioso lavoro di Jacopo De Michelis. E lo fa con un romanzo che è un inno alla nostra miserabile decadenza esistenziale. Sergio Scozzacane in arte lo Squalo infatti è un personaggio talmente (in)dolente che non lo si può non amare. Un personaggio così malinconicamente disperato - era dai tempi di Bukowski che non ne trovavo uno così - da farti rammaricare persino di giungere troppo in fretta alla fine del romanzo. Lo Squalo è segnato fin dalla nascita, la vita non gli ha concesso nulla. C'è quell'enorme naso a ricordarglielo. Un naso che è tutto tranne fiuto per gli affari, come disperatamente egli tenta di giustificare. Un'escrescenza ereditata dal padre – perché il fallimento è genetico, ti si appiccica addosso di generazione in generazione, non lo puoi sfuggire, non ti puoi affrancare - insieme alla casa discografica che grazie a Scozzacane diviene ricettacolo di vanità altrui pagate a caro prezzo. La vita dello Squalo è squallida, nera, fatta di bassezze esistenziali accettate dallo stesso con irriverente e invidiabile ironia dissacratoria. Una filosofia di vita zen, che parte dalla sua inarrestabile capacità di attirare sventure e però nel contempo di farsele scivolare, come sudore maleodorante, instancabilmente addosso. Tutto ciò che egli tocca fallisce, crolla, va in pezzi, eppure non si ha mai l'impressione di assistere ad una decadenza definitiva. C'è sempre uno spiraglio da cui si può ricominciare. Un libro pieno di vita nonostante si viaggi sempre ad un passo dalla morte. Un romanzo che sarebbe stato un soggetto perfetto per un film di Monicelli o Nanni Loy, maestri, come Solla, nel narrare con dissacrante ironia la malinconica bontà del cinismo.

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