Il formaggio e i vermi

“Nel principio questo mondo era niente et dall’acqua del mare fu batuto come una spiuma et si coagulò come un formaggio, dal quale nacque gran moltitudine di vermi, et questi vermi diventorno angeli, delli quali il più potente et sapiente fu Iddio”. Nell’autunno del 1583, tempo di vendemmia, la quiete di Montereale Valcellina, paesino delle montagne friulane vicino a Pordenone, viene sconvolta. Il pievano del paese si reca a Concordia dal vicario generale del Vescovo e denuncia Domeneco Scandella detto Menocchio, mugnaio di Montereale, per “affermazioni ereticali ed empiissime sul conto di Gesù Cristo salvatore”. Questo Menocchio è uomo ben conosciuto e stimato dai suoi concittadini: ha avuto in passato anche qualche carica amministrativa, sa leggere e scrivere, ha fatto mille mestieri e ha una bella famiglia di sette figli (quattro sono morti). Ha il pallino della religione, e ne parla con entusiasmo in piazza, in osteria, fuori dalla messa, al cimitero. Già qualche anno prima una denuncia anonima ha colpito Scandella e altri tre compaesani, accusati di “negare il purgatorio, l’utilità dei suffragi per i morti, delle elemosine fatte ai religiosi” e della teoria rivoluzionaria che “morto il corpo, morta la annima”, ma non ne è seguito nulla. Stavolta invece l’Inquisizione volge il suo sguardo rapace tra le montagne friulane e avvia un processo per eresia che dopo 16 anni di alterne vicende porterà, dopo l’intervento in prima persona di Papa Clemente VII, che in quell'anno condannava al rogo anche Giordano Bruno, alla morte del povero mugnaio...

L’evolversi della vicenda viene narrato in un crescendo appassionante e drammatico, con estrema dovizia di particolari grazie al fatto che la quasi totalità degli atti ufficiali e delle testimonianze sul caso ci sono giunti intatti. Il saggio di Ginzburg piombò sulla storiografia degli anni ’70 con la potenza di un maglio. Perfetto esempio di scontro culturale tra classi povere e potere, la vicenda di Menocchio contrappone la visione teologica del popolo, derivata da tradizioni orali antichissime, dalla tolleranza e dalla semplicità del sapere contadino, alla protervia delle autorità ecclesiastiche, congelate in un dogmatismo freddo, scostante, e soprattutto letale. Non siamo nel Medioevo, si badi bene, ma in un’Italia post Rinascimentale, alla vigilia di grandi progressi scientifici. Il clima di sommovimento creato dalla Riforma luterana (assieme alla diffusione della stampa, che rompe il monopolio dei clerici sulle fonti culturali) rende possibile, direi pensabile per il mugnaio friulano l’espressione di una dissidenza, e al tempo stesso è per lui nefasto, perché la Chiesa, sentendosi minacciata da Lutero, reagisce con virulenza, irrigidendo le gerarchie, avviando un ferreo indottrinamento delle masse e cancellando a colpi di torture e roghi le tracce troppo visibili della cultura popolare e quindi anche le innocue fantasie cosmogoniche del povero Scandella. Per la trascrizione integrale del primo e secondo processo rimandiamo allo splendido volume Domenico Scandella detto Menocchio - I processi dell’Inquisizione 1583-1599 a cura di Andrea Del Col, edito nel 1997 per i tipi delle Edizioni Biblioteca dell’Immagine, perfetta appendice del libro di Ginzburg, perché più lineare ed esauriente nel semplice racconto dei fatti e perché impreziosito dai verbali dei processi, supportati da una esauriente bibliografia. Dalla drammatica vicenda nel 2018 il regista Alberto Fasulo ha tratto il film Menocchio.



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