Il fu Mattia Pascal

Il fu Mattia Pascal

Mattia Pascal nasce a Miragno fra mille comodità, ma cresce da sfigato cronico. La cospicua eredità lasciata dal padre alla sua morte viene tosto trafugata alla famiglia dal disonesto amministratore Batta Malagna, abile mariuolo. La sposa che tocca in sorte a Mattia, amata soltanto sulle prime, è nientemeno che la figlia della vedova Pescatore, cugina del Malagna. E come si sa - legge proverbiale inconfutabile - buon sangue non mente: si direbbe neppure questa volta. Infatti la sposa si trasforma in una strega, seguendo le orme di madre e zio. Il matrimonio sortisce due figlie. Manco a dirlo, l'una muore non appena neonata. L'altra, più “fortunata”,  quasi contestualmente alla vedova Pascal. Ridotto in povertà estrema, orfano ormai di entrambi i genitori, assillato dalle perfidia domestiche della moglie e della suocera, Mattia si procaccia un impiego da bibliotecario. Ma la biblioteca è un luogo desolante, infestato dai topi, la polvere sui libri, il degrado ovunque. Scelta allora comprensibile per la sua condizione sciagurata, Mattia Pascal decide di fuggire. Si rifugia a Montecarlo, dove la sorte finalmente gli arride: vince al gioco ottantunmila lire. Ma sul treno che lo riporta a casa felice del suo bottino, gli piomba tra capo e collo una notizia imperscrutabile: il giornale titola che lui, proprio Mattia Pascal, s'è tolto la vita il giorno avanti...

L’identità ci imprigiona. Siamo generalità, codici fiscali, date di compleanno, parvenze esteriori. Siamo tutti Mattia Pascal. In un mondo rovesciato da Copernico, il sole ci guarda gigantesco come puntiformi burattini di un pianeta roteante. Non è solo geofisica imparata a scuola: è da lì che parte la modernità, da lì l’appiattimento antropologico. L’immagine di noi stessi pervade il nostro essere. La maschera ci conquista, la società ci imbavaglia. L’umano va in crisi. Fino al paradosso che, volendo, potremmo morire per sbaglio, rinascere per finta. D’accordo: la burocrazia ci tradirebbe. Ma nel frattempo potremmo tirare le cuoia, aggrappati a un’altra identità inesistente, per poi di nuovo comparire nella prima. Ed è questo che cerca di fare Mattia, non solo perché soffre, ha sfiga e non sopporta più quelle prefiche in casa. Sarebbe troppo banale. La sua è una burla rivoluzionaria che rompe la tela soffocante della convenzione. Una voglia di libertà, che purtroppo si rivela un’utopia. Senza identità, Mattia non è più niente. Privo del diritto di cittadinanza, privo del potere di denuncia. Privo di una vita normale: che poi tanto normale, in definitiva, non è. Come non comprenderne il disagio? Il suo urlo è l’urlo di un’epoca intera. Lo stile asciutto, in prima persona, senza pudori e quisquilie lessicali, ce lo rende ancora più inquieto. È lo stile di chi la sa lunga e la vuole per questo far corta, di chi ha visto troppo. È la testimonianza indubbiamente tremenda del crollo di un mito: quello della società positivista, le cui macerie non conoscono la luce. Nondimeno, non mancano ironie e sberleffi. E così Mattia si diverte, ritirato dal mondo, scrivendo di non vivere o ridendo per non piangere.



 

 

 
 
 
 

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