Il fuoco nel mare

Il fuoco nel mare
Don Giuseppe Savatteri è un autentico imbecille, uno di quei personaggi 'da paese' tipici della profonda provincia italiana che quasi fanno da ornamento necessario alla piazza desolata, con un bar e poche sedie, dove stazionano i pochi abitanti ormai rimasti a vivere nel luogo. E tanta imbecillità, a volte, si eredita: suo nonno, al primo apparire del treno a vapore  nella stazione del paese, aveva esclamato «non mi fregano, avranno messo dentro i cavalli». Insieme alle case ed ai terreni, dunque, don Giuseppe aveva ereditato dal nonno anche una insopprimibile – sicilianissima – diffidenza verso il resto del mondo: e allora, di fronte a chiunque e a qualunque cosa egli sospetta, come il nonno, che vi siano dietro o dentro i cavalli del raggiro e della frode. In una sola cosa Giuseppe Savatteri confida senza sospetti: nel fascismo. Accanto a Giuseppe Savatteri, proprio come in un presepe di piazza, sta un altro personaggio del paese: don Ignazio Grillo, un vecchietto amante della musica di Rossini e, anche lui, diffidente verso il mondo e verso gli uomini, le cui ansie e la cui inutile operosità è per il Grillo «tempo perso», specie se si tratta del velleitarismo di certi uomini politici di sinistra. Ce ne sono altri, poi, di personaggi, come intagliati nel legno e posti a corredo del presepe della piazza: ma fra tutti, sovrasta, per drammaticità e ironia, il pazzo con gli occhi sbarrati e i gesti ieratici. È lui la figura – come fosse uscita da un quadro di Hieronymus Bosch – piena di gelida ira che chiama le cose con il loro vero nome, che non cerca giri di parole per definire cose e persone. Per dire la verità. E così finisce che, indicando l’uomo del paese che si è «fatto da sé», l’uomo che è diventato in breve il più ricco ed il più potente di tutti, da tutti ammirato e stimato,  il pazzo lo definisca semplicemente un «ladro»...
C’è uno Sciascia inedito, in questi racconti dispersi, eppure c’è lo Sciascia che abbiamo conosciuto, letto ed amato nella sua migliore narrativa, quella poliziesca de Il giorno della civetta e quella saggistica de La corda pazza: fatta di contrari, di evidenze che stridono, fatta di una Sicilia tutta sole e desolazione, di un fascismo fatto di contraddizione e violenza ed un antifascismo di facciata e di scarsa coerenza. Ci sono gli americani, e i tedeschi, e i poveri ed i ricchi: insomma, c’è il mondo con la sua storia, il micromondo siciliano e la macrostoria del mondo, il particolare e l’universale. Una serie di racconti che, a volte, stemperano il realistico nel favoloso (bellissimo, in questo senso, il racconto che dà il titolo all'antologia) o il mito del linguaggio nel dramma quotidiano della vita concreta (come nel caso de "La trovatura") con una scrittura tersa e semplice, come un mattino siciliano all’alba di fronte al mare limpido. Eppure così pieno di contrasti, come il fuoco nel mare.

 

 

 
 
 
 
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