Il garofano turco

Il garofano turco

Il signor Ka – che porta il nome del dio egiziano della forza vitale –, per ricomporre il suo passato, la sua storia, per riannusare i dolci aromi d’un vecchio amore, sceglie di entrare in un fiore (“i fiori sono i contrassegni prediletti di quanto va perduto nel vivere e nel non vivere…”): un garofano turco, uno di quei fiori semplici, tanto usati per dare tono alle aiuole o ai balconi. Eppure, c’è un posto al Gianicolo in cui questi piccoli fiori vengono proprio trasformati in macchine atte a riprodurre, a ricomporre il passato, a riassemblare tutti i cocci, tutti i colori di ieri, dell’amore (“il signor Ka amava […] i margini e i dettagli), di Cleò… È a lei che il signor Ka vuole tornare, ed è per questo che, nel labirinto del garofano turco, egli si sente a casa, anche se per poco…

Michele Rak, docente universitario e storico della cultura, tratteggia, lieve e deciso, lo spazio magico del ricordo, quasi come fosse un sogno. La dimensione rievocativa diviene, qui, momento di recupero e, insieme, di riappacificazione con la vita. Fare faticosamente i conti con la propria memoria significa anche trasformarla da zavorra in ala, da carico in piuma… poter volgere lo sguardo ancora una volta – un’ultima volta – al proprio passato vuol dire anche provare a farci un po’ la pace. Guardare attraverso “tutti i nostri ieri” – per dirla come Natalia Ginzburg – come in uno specchio appannato dal tempo, e vederci per quello che siamo stati e, dunque, che siamo ora, e sorriderne almeno un po’, e perdonarci almeno un po’… nonostante qualcosa – del tempo – sia inevitabilmente andato perduto: nonostante quell’amore smarrito, uno di quelli che “per un difetto di fabbrica non finiscono di colpo”. La narrazione è essa stessa il labirinto che sfida (e non solo per questo fa pensare anche a Calvino): una macchina complessa come la memoria, intrisa di storia, profumata di vita colta, coltivata. Ai vortici del ricordo fa da contrappeso l’armonia della musica, la sua profonda levità che genera la potenza immaginatrice, laddove: “il piacere immaginato è l’unico che valga la pena assaggiare” e ha un sapore speciale, come un libro speciale.



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