Il gatto in noi

Il gatto in noi

Fin dagli inizi dell’adolescenza la percezione che accompagna il contatto con piccoli esseri viventi è intensa, una volontà di accudimento che si insinua visceralmente nell’animo: “Molto dopo avrei capito che mi spetta il ruolo del Guardiano, per dar vita e nutrimento a una creatura che è in parte gatto, in parte uomo e in parte qualcosa di ancora inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non consumata per milioni di anni”. Col passare del tempo l’amore verso i gatti di William assume la forma di una vera e propria devozione: l’angoscia nel saperli in pericolo o affamati genera sogni inquietanti, visioni terribili che alimentano la paura di essere impotente di fronte alle loro esigenze. Il primo gatto che scatena queste sensazioni è Ruski, un Russian Blue che avvia “la mutazione in uomo-gatto” e rimette in ordine alcuni tasselli della memoria. Il ricordo di visioni avute da bambino altro non erano se non l’incontro con un animale totemico, come la visione di “una piccola renna verde della grandezza di un gatto” all’età di quattro anni. In seguito la permanenza alla Casa di Pietra favorisce la conoscenza di vari felini, la dimora diventa crocevia e rifugio di randagi e gatte gravide che si sentono al sicuro e partoriscono lì i loro cuccioli. Ma dopo ogni viaggio, ogni assenza, è Ruski a mostrare il proprio affetto, la propria devozione. Come si può vivere senza di lui? Impossibile: “E in quel momento capisco finalmente che è il mio gatto, e decido di portarlo con me quando andrò via dalla Casa di Pietra”…

“Questo libro sul gatto è un’allegoria, in cui lo scrittore vede passare in rassegna la sua vita passata in forma di sciarada gattesca”. I pensieri di William S. Burroughs sui gatti prendono spunto dall’infanzia e proseguono con annotazioni precise dal 1982, quando si trasferisce “in una fattoria di pietra a cinque miglia da Lawrence”. L’ultima nota è del 1985, quando si reca a New York per discutere la pubblicazione del libro sui gatti, su quanto spirito felino risieda nell’animo umano e in lui in particolare. Ruski, Calico Jane, Fletch, Wimpy e il gatto bianco che assilla i suoi sogni e gli scatena allucinazioni, rappresentano lui e i membri della sua famiglia. L’amore per i gatti è un’esplosione di sensazioni intense, disturbanti, nevrotiche che escludono il nutrire medesimi sentimenti verso altri animali. Anzi, tale l’amore è direttamente proporzionale in Burroughs al disprezzo verso i cani, i conigli e tutte le altre specie, tacciate di stupidità, servilismo e grettezza. Dichiarazioni che lo hanno messo in cattiva luce, dovute a un parziale fraintendimento del suo pensiero, come spiega: “Io non sono un odiatore di cani. Odio in realtà ciò che l’uomo ha fatto del suo migliore amico”. La rabbia bigotta e ottusa dell’uomo – “marmaglia linciatrice” – viene dirottata sui cani, ammaestrati ad attaccare e sbranare come sfogo, per sottomettere i deboli. A queste considerazioni si aggiunge la sfiducia nella medicina tradizionale che ha portato Burroughs a preferire la medicina alternativa per curare i gatti, utilizzando decotti di erbe della tradizione nativa americana. Dopo la morte dell’autore è l’amico Roger Holden a prendersi cura dei felini di Burroughs, seguendo il medesimo approccio naturale unito alla fiducia nelle energie curative della mente.



 

 

 
 
 
 

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