Il generale e il giudice

Il generale e il giudice
Il 16 ottobre 1998 dalla Spagna il giudice Baltazar Garzón riaccese la speranza dei cileni di vedere finalmente processato il Generale Augusto Pinochet per i crimini commessi durante la sua dittatura. Con un mandato di cattura internazionale, il Generale fu arrestato a Londra e privato di una libertà che non meritava, perché il posto dei criminali è il carcere. Nonostante gli sforzi e nonostante la storia, quella vera, non sempre sia nemica dei deboli, Pinochet è passato indenne dalle forche caudine, ritornandosene a casa, a morire nel suo letto. Nel frattempo è rimasta l’indignazione e l’impotenza di tutti coloro i quali hanno lottato contro il tiranno, un ennesimo sputo sulla memoria delle vittime tradite da chi sventola la bandiera del “dimenticare e perdonare”...
In questa raccolta di articoli scritti tra il 1998 ed il 2003 Luis Sepúlveda lancia il suo personalissimo ma condiviso grido a non dimenticare e tantomeno a perdonare. Una lotta quotidiana e costante contro la distorsione della storia o peggio, contro il rischio di vedere cancellata la memoria. Il generale e il giudice è un ennesimo frammento della sua storia personale che si incastona per forza di cose a quella del suo Paese in quel frangente storico che avrebbe dovuto significare il riscatto e che si è invece trasformato, con la tortura, il tradimento ed il genocidio, nel più profondo degli incubi. La potenza della narrazione - perché a leggere con attenzione mai si penserebbe di trovarsi davanti a degli articoli  giornalistici - sta in questa perenne dichiarazione d’amore di Sepúlveda per il suo Cile; nella volontà indefessa ed ossessiva di non dimenticare un solo morto, un solo compagno, un solo martire caduto sotto la scure fascista di Pinochet (finchè il Cile non ritroverà anche l’ultimo dei suoi desaparecidos, finchè non si saprà quando e come è morto, chi sono i suoi assassini e soprattutto dove sono i suoi resti, la ferita rimarrà aperta, ed è compito degli uomini onesti tenerla aperta e pulita, perché quella ferita è la nostra memoria storica); nell’ammirazione per quanti, stretti tra la tortura e la morte, non parlarono né tradirono ed il silenzio davanti al boia fu il discorso che ci lasciarono in eredità. L’arresto di Pinochet ha suscitato entusiasmo, speranza di giustizia, ma ha raccolto dal fondo dell’animo anche l’indignazione per la classe politica cilena che vorrebbe sbrigativamente, a destra quanto a sinistra, liquidare gli anni bui della dittatura come fossero un imprevisto incidente di percorso inoculandosi volontariamente il balsamo statale dell’amnesia; ha tratteggiato grottescamente la parabola di un dittatore in grado di mentire in modo grossolano, ma anche di non negare gli assassini di massa scaricando però la colpa sui suoi subalterni. Con la solita maestria e sapienza narrativa Sepúlveda ci offre la possibilità di conoscere la realtà cilena attraverso gli occhi di chi ha lottato per la democrazia e la libertà nel proprio Paese; ci invita a quello che è un vero e proprio culto della memoria ed a coltivare con ostinazione il senso della giustizia ed il disprezzo per i ladri, i truffatori, gli assassini ed i criminali.

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