Il generale immaginario

Il generale immaginario
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1864. Nessuno sapeva che tra gli Stati Confederati ci fosse anche la regione californiana di Big Sur, e quando l'8° Volontari Mangiaradici - costituito prevalentemente da indiani Digger ghiotti di patelle (a proposito, quell'Augustus Mellon che ne faceva parte, uno dei pochi bianchi, era generale o soldato semplice?) - giunse a dar manforte alle truppe del Generale Lee massacrate dal II Corpo d'Armata Unionista del Generale Hancock durante la battaglia del Wilderness, la sorpresa fu grande. Non che questo potesse cambiare in qualche modo le sorti della Guerra Civile, ma cristo, la Storia è fatta anche di fatti di colore. Anni '60, San Francisco. Lee Mellon, un giovane che vive di espedienti, si vanta di aver letto Schopenauer, Nietsche e Kant e di essere bisnipote di un generale sudista, giunge in città dopo aver rapinato un automobilista che lo aveva caricato mentre lui faceva l'autostop e gli aveva offerto 10 dollari per fargli un lavoretto di bocca. Qui conosce Jesse, e i due ragazzi convivono per un po' in un vecchio appartamento di Leavenworth Street affittato da un anziano dentista cinese. Mellon rimorchia una sedicenne ebrea di buona famiglia e se la porta a casa, finché il padre di lei non se la riporta a casa diffidandolo dal cercarla di nuovo, cosa che lui non aveva alcuna intenzione di fare. Anzi, qualche giorno dopo si trasferisce a Oakland a fare la fame: appena in tempo, perché la ragazza - che è incinta - torna a cercarlo. Nel frattempo Mellon è tornato a Big Sur, in una baracca vicino al mare, e da lì scrive lettere a Jesse per convincerlo a trasferirsi. Il ragazzo accetta...
La complessa storia editoriale italiana de Il generale immaginario si arricchisce di un nuovo capitolo: primo romanzo pubblicato da Richard Bratìutigan (nel 1964), è anche il suo primo libro ad arrivare in Italia, già nel 1967. Questa pubblicazione così tempestiva - per i tipi di Rizzoli, e con la traduzione di Luciano Bianciardi, mica cazzi - ha un po' dell'inspiegabile, se si pensa alla parsimonia con la quale allora venivano tradotti in italiano gli autori americani giovani, e considerando che Brautigan era un illustre sconosciuto per giunta in odore di flower power. Forse per intercettare i gusti letterari del nascente movimento beat italiano, forse per caso, un po' per celia e un po' per non morir, fatto sta che il libro uscì. Bianciardi non deve aver avuto un rapporto bellissimo con l'operazione editoriale, perché rifiutò di firmare la sua traduzione, probabilmente - ipotizza il nuovo traduttore Enrico Monti nella postafzione - per la pesante censura sulle (rare) sequenze di sesso imposta da Rizzoli. Censura che ovviamente non c'è in questa versione, il che ci permette di gustare una delle migliori descrizioni di una 'cilecca' esistenti in Letteratura. Particolare gustoso, lo ammettiamo, ma di certo non quello decisivo per sancire la bellezza di un libro che fa del suo stralunato, tenero, surreale umorismo 'esistenziale', del gusto hippy e delle inserzioni fuori contesto ambientate nella Guerra Civile americana (l'inizio quasi avant-garde e i corsivi nel finale) la sua indubbia forza.

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