Il giardiniere

Il giardiniere

Mike Muñoz è un giardiniere. Gli piace l’arte topiaria, tirare fuori forme ardite da cespugli incolti. Gli piace meno raccogliere merda di cane nelle ville dei ricchi. Non è pagato per farlo e, anche se fosse, non è pagato abbastanza per farlo. Non è un reazionario, una testa calda, ma si licenzia lasciando in tronco i suoi amici e collaboratori e soprattutto il suo capo. Che la raccogliesse lui, la merda di cane. Dal giorno dopo si mette a cercare un nuovo lavoro, anche se non è facile: Mike non sa fare altro che potare piante e prendersi cura di Nate, suo fratello minore, affetto da un ritardo mentale. Ma è giovane, desidera affrancarsi, andare via di casa, trovarsi un posto tutto suo e non il capanno dove ha deciso volontariamente di spostarsi per essere più indipendente, vicino ai suoi attrezzi e alla falciatrice elettrica. Durante un colloquio di lavoro conosce Chaz, piccolo faccendiere che non ha proprio tutte le carte in regola, ma è un inguaribile ottimista che rincorre il sogno americano senza l’ombra di un dubbio e promette a Mike un futuro sfavillante nella “Fried Chicken, qualunque cosa essa sia”. Quando Chaz finisce nei casini, però, Mike torna a girare a vuoto, si fida di vecchi compagni di scuola arrembanti come squali nel campo immobiliare, torna a fare il giardiniere nelle ville dei ricchi, viene truffato. A casa c’è sempre Nate che mangia come un camionista e dà in escandescenza se non lo si accontenta; c’è sua madre fa i salti mortali per starci dentro con le spese e l’amore; c’è Freddy che si è stabilito lì affittando una stanza e poi diventando il compagno di sua madre; c’è Nick, il suo migliore amico omofobo e cazzone, fissato col football, la birra e le donne. C’è che Mike è nato negli Stati Uniti, è americano, ma con quella faccia un po’ brunita e quel cognome, tutti lo riconoscono come messicano, con tutto quel che ne consegue. L’unico a non esserci è suo padre, che è scappato e non lo desidera - né lui né Nate, figurarsi - del quale l’unico ricordo da bambino che conserva è quando finse di portarlo a Disneyland e invece parcheggiò davanti ai cantieri navali pieni di scafi arrugginiti, cemento e polvere per dirgli con noncuranza: “Bene, sembra che se ne siano andati”. E poi c’è che forse è innamorato di una ragazza che fa la cameriera in un diner, almeno, crede di esserlo, vorrebbe esserlo. Spera di esserlo. Prova ad esserlo. Perché nemmeno questo è chiaro nella sua vita. Fino a che non conosce Andrew, bibliotecario part time e attivista ambientale. Fino a che i pezzi non vanno al loro posto, come una siepe che prende la forma di un “un cupido che puntava una freccia contro un lottatore di sumo, che si sporgeva per accarezzare un panda con in testa un cappello da pirata, seduto accanto a un elfo che si allenava con una mazza da golf”…

C’è una ruota che prima o poi gira per tutti - dice l’adagio - quando i nodi si sciolgono e si asseconda l’insopprimibile impulso di cercare e trovare la propria felicità. Troppo ottimismo? Vi sento, lì fuori, che mormorate tra i denti che questa è tutta fantasia, che l’uomo è destinato a soffrire per sempre, a mangiarsi la coda come un cane rabbioso. Vi sento mentre mugugnate che le storie che finiscono bene non possono essere reali. Vi sento, malmostosi, rosi dal livore, dalla frustrazione e da una dose acida di invidia. Eppure dentro Mike Muñoz c'è un pezzo di livore, frustrazione, e acida invidia esattamente come dentro di voi, solo che invece di trasformarli in palude, lui li trasforma in benzina, in una rinascita, una specie di catarsi, la differenza tra un chicco di grano destinato a una farina integrale e uno destinato a una farina 00. Inconsciamente, forse, ma Mike è una sorta di rappresentazione plastica di quanti fanno un mestiere incompreso, che si arrangiano quando lo perdono e vivono una vita facendo piroette da Cirque du Soleil sui bordi delle bollette, sugli ultimi zeri degli affitti e sul sogno di riprenderselo quel mestiere incompreso fuori dal quale si è nudi come coleotteri. È la rappresentazione plastica di chi dentro di sé continua a coltivare il proprio sogno anche quando le contingenze e un sistema sociale, culturale ed economico meschino glielo scippano da tutte le parti e gli inoculano il pensiero subdolo che “questa vita è una catena”. Jonathan Evison, nel romanzo, affronta questioni enormi nell’esistenza di un essere umano - la disabilità, la genitorialità singola, l’omosessualità e l’omofobia, le relazioni, la ricerca della felicità - e lo fa attraverso una storia che scorre quasi con leggerezza, pur senza risparmiarsi il gusto di mettere qua e là spigoli sufficientemente appuntiti da imporci di rallentare e prendere un passo più meditativo. Sì, perché si legge come una furia - tanto per trovare una immagine meno inflazionata della solita “un libro che si divora” - ed è attraversato da continue collisioni emotive. Si ride - lo stile è ironico - ma alcuni passaggi sono grotteschi e amari - letteralmente fantozziani - e da lì al precipizio del pianto il passo è microscopico perché l’empatia che si innesca è forte e le storie individuali dei personaggi sono una pellicola trasparente che avvolge ed esalta ogni più caldo sentimento. Leggetela, perché è una storia edificante; dopo averla metabolizzata fa bene al cuore, Mike, Nate, Nick, Andrew, Freddy, Chaz diventeranno nostri amici; chi non diventerà nostro amico rimarrà lì per dimostrarci che si può imparare tutto da tutti e che da tutti - anche da chi ci ha fatto del male - si può trarre un briciolo di saggezza. Grazie a loro potremmo rischiare di guardare con più indulgenza e tenerezza alla nostra piccola quotidianità, ai piccoli e grandi sbattimenti che la abitano e la conformano.



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