Il giardiniere di Versailles

Il giardiniere di Versailles
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Il 26 dicembre 1999 un giardiniere della Reggia di Versailles deve per forza di cose interrompere la sua dolce abitudine: il sonno profondo. Sono le quattro del mattino, quando, ancora in dormiveglia e con la netta impressione di essere all’interno di un veliero sballottato nel bel mezzo di un naufragio, l’uomo è in piedi e vede gli alberi di quello sterminato giardino piegarsi come fuscelli, vittime di un vento di forza ciclopica. Una piccola catastrofe, anche se assolutamente non paragonabile a quella avvenuta nel 1990, con circa milleottocento esemplari di alberi abbattuti. Dopo nove anni, quello stesso giardino si presenta agli occhi del custode di quelle piante secolari con i tratti crudi e inequivocabili del campo di battaglia: paradossali cartelli campeggiano solitari, indicando “pini di Napoleone” e “ viali della Regina” che non ci sono più. Il giardiniere non si arrende al pensiero della fine e in compagnia del suo fedele pastore tedesco s’inoltra nei meandri del giardino alla ricerca di quelle piante leggendarie e quasi invincibili…

Con un libro di un’eleganza regale nella sua sobrietà lessicale, Alain Baraton ha scovato una formula letteraria assai stimolante: il dubbio che la sua vita di giardiniere confonda con quella delle piante e che, quindi, non sia facile capire davvero se siano i luoghi a plasmare l’uomo o viceversa si armonizza perfettamente con l’aneddotica storica che i nomi degli alberi di quell’oceano vegetale richiamano alla sua commossa ma composta memoria. Un incantevole equilibrio che prende forma sulla sfondo di una persistente atmosfera agrodolce, “autunnale” (come la stagione preferita dallo stesso Breton), con l’attenzione rivolta non solo agli arcinoti protagonisti dell’epopea francese ma anche a quei suoi sconosciuti colleghi che lo hanno preceduto nelle mansioni quotidiane; con l’autore che discetta degli alberi come guardiani indefessi della storia di Francia, fornendo ai critici Lorenzo Spurio e Massimo Acciai (vedi La metafora del giardino in letteratura) uno spunto per riflettere in appendice sul nesso natura-cultura.



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