Il giardino dei cosacchi

Il giardino dei cosacchi

A soli ventuno anni, nel 1854, Alexander Igorovich Von Vrangel viene nominato Procuratore degli affari statali e penali di Semipalatinsk, remota cittadina siberiana. Prima di partire, riceve una pila di libri, delle lettere e una cinquantina di rubli da Michail Dostoevskij per il fratello Fëdor, che sconta una pena durissima in quel lontano angolo di mondo per aver partecipato molti anni prima al circolo sovversivo di Petraševskij. Alexander l’ha già conosciuto cinque anni prima quello scrittore, famoso per il suo romanzo Povera gente, nel giorno della falsa esecuzione, quando all’ultimo momento lo zar aveva finto di concedere una benevola grazia. L’uomo che incontra in Siberia non è più l’intellettuale brillante dei salotti pietroburghesi, ma un trentenne fragile, messo a dura prova dagli eventi della vita, stanco e diffidente. Piano, piano, però, quel giovane procuratore riesce ad istaurare un’amicizia importante, fatta di lunghe conversazioni davanti ad un tè nella dacia di campagna, quel “Giardino dei cosacchi” pieno di fiori e piante che fanno l’invidia delle eleganti donne che vi passano davanti; di balli mondani tra kirghisi arricchiti e giovani ragazze procaci alla ricerca dell’amore della loro vita; di confessioni intime e lacrime versate per tradimenti inaspettati o infatuazioni dolorose; di crisi epilettiche che feriscono l’animo del grande scrittore e quello del suo inerme amico. In quel periodo di duro esilio, Dostoevskij concepisce due tra le sue opere più importanti, Delitto e Castigo e Memorie dalla casa dei morti, anche ascoltando gli incontri raccontati dal suo fratello d’intelletto Alexander, che per lavoro ha modo di trovarsi di fronte le peggiori nefandezze umane…

Le storie che ama narrare Jan Brokken nei suoi libri hanno poco di finzione e tanto di racconto storico. Le sue fonti in questo caso oltre alle lettere tra i due protagonisti di questa bella amicizia elettiva sono anche i diari dello stesso conte Von Vrangel e altre documenti concessi dagli eredi allo scrittore e giornalista olandese. I fatti sembrano in tutto e per tutto raccontati dallo stesso Alexander con il linguaggio e lo stile tipico dell’epoca. Per chi ha avuto modo di leggere diari o resoconti scritti da autori russi sembrerà, infatti, di trovarsi di fronte ad una nuova traduzione di un testo ottocentesco ritrovato in qualche archivio abbandonato. Questo non fa altro che sottolineare la bravura di Brokken che è riuscito con grande capacità - qui come in altre opere - a farsi portavoce del personaggio storico, senza inutili ornamenti o fronzoli narrativi che distraggono invece di rendere più piacevole la lettura. Non bisogna essere amanti della letteratura russa o di Dostoevskij per apprezzare questo racconto di esilio siberiano. L’amicizia alla base della narrazione è l’elemento che affascina, perché incondizionata e allo stesso tempo romantica, nel senso ottocentesco del termine. Le distanze che esistevano in quegli anni non facevano che amplificare il sentimento di stima reciproca che si istaurava tra intellettuali e letterati o artisti, abituati a correre con le loro trojke per i paesaggi vasti e innevati o le strade impolverate e poco tracciate di questa inaccessibile regione del vasto territorio russo.

LEGGI L’INTERVISTA A JAN BROKKEN


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