Il giardino dei Finzi-Contini

Il giardino dei Finzi-Contini

Fine anni ’30. La famiglia dei Finzi-Contini, già appartata dalle altre per vocazione propria, conduce una vita quasi misteriosa all’interno di una fastosa villa immersa in un immenso parco. I due figli, Alberto e la sorella Micòl, vi crescono senza mantenere contatti con i propri coetanei, fino al giorno in cui, ormai studenti universitari, ottengono dai genitori il permesso di invitarvi alcuni giovani, israeliti come loro, estromessi dal club del tennis ferrarese per via della promulgazione delle leggi razziali. È in questa circostanza che il protagonista, anche egli appartenente a una famiglia ebrea ma di più modesta condizione sociale, ha l’opportunità di entrare a far parte della cerchia riservata delle persone ammesse a frequentare i Finzi-Contini. Nella loro abitazione egli verrà autorizzato dal padre Ermanno ad accedere alla fornitissima biblioteca per poter preparare la tesi di laurea. Grazie alla stretta amicizia instaurata con i due ragazzi, aprirà nella sua vita una parentesi carica di significati e di affetti. Neanche a dirlo s’innamora di Micòl, una ragazza dotata di rara bellezza e dall’indole elegante e raffinato. Un sentimento che la ragazza mostra di non ricambiare, che rifiuta categoricamente tanto da intimare al giovane di diradare le visite…

Pubblicato nel 1962 e ispirato alla storia vera di Silvio Magrini, presidente della comunità ebraica di Ferrara, Il giardino dei Finzi-Contini non tradisce le componenti di fondo della tensione civile manifestata da Giorgio Bassani nella precedente opera Storie ferraresi, anche se qui in questo nuovo romanzo l’ispirazione dell’autore inclina verso un compiaciuto abbandono a un’elegia dolente. Il lamento sul tema del paradiso perduto – di cui il parco e le intense passeggiate fatte dall’io narrante accanto a Micòl divengono emblema – come dell’innocenza adolescenziale, della fiducia giovanile, del malinconico presagio delle delusioni che il futuro di lì a poco avrebbe riservato, vengono narrati con la dolente consapevolezza della loro precarietà, al punto che l’intero romanzo possa essere letto come una meditazione sull’inesauribile legge di distruzione e di morte che incombe sulla storia. Come una raffinata e commossa elegia della condizione umana, un rifugio nei conflitti interiori e nella raffinata malinconia delle anime belle. Il film omonimo del 1970 diretto da Vittorio De Sica (e interpretato da Lino Capolicchio, Dominique Sanda, Helmut Berger e Fabio Testi), alla cui sceneggiatura Bassani collaborò, è stato al centro di una polemica incresciosa: solo all’uscita del film lo scrittore scoprì pesanti modifiche nella sceneggiatura che lo indussero – infuriato – a chiedere il ritiro della sua firma.



 

 

 

 
 
 
 

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