Il giardino delle delizie

Il giardino delle delizie

Arkansas. Carleton Walpole viaggia assieme a sua moglie e a molti braccianti all’interno di uno sferragliante furgone Ford che ha realmente bisogno di essere rimesso in sesto. La strada è viscida di pioggia e i campi, tutto attorno, sono di un verde smeraldo che acceca. Ad un tratto il furgone sbanda, l’autista perde il controllo e tutto si fa improvvisamente silenzioso: il furgone è riverso su un fianco sul ciglio della strada. Carleton riesce ad uscire, si alza, è fuori di sé dalla rabbia. Sono trasportati come se fossero maiali in giro per l’America senza che a qualcuno importi realmente di loro. E lì c’è sua moglie che aspetta il loro figlio. Per fortuna non ci sono feriti. Ai braccianti non resta che proseguire il viaggio che li porterà ad essere assunti a cottimo. Questa è la vita di Carleton e della sua famiglia. Si spostano seguendo le “rotte” tracciate dai bisogni dei grandi coltivatori. Sono poveri e visti da tutti con sospetto e diffidenza perché non hanno una casa stabile. Clara è la figlia prediletta di Carleton. Ma nonostante l’affetto che li lega, quando Carleton è sopraffatto dall’alcol – di cui fa sempre più uso per tirare avanti – è facile che perda la pazienza. Una sera è Clara a farne le spese. Lei ancora ricorda la puzza di suo padre. Lo schiaffo in pieno viso. La decisione di andare via. Di non guardare più al passato ma di crearsi un futuro che non sia quella della bracciante. È ancora minorenne ma sa come badare a se stessa. Si innamora perdutamente di Lowry che la protegge e si prende cura di lei. E con lui ha un figlio, Steven, che lei ama chiamare dolcemente “Swan”…

Tra il 1966 e il 1969 Joyce Carol Oates ha scritto una quadrilogia, Epopea americana, di cui Il giardino delle delizie è il primo volume, e che ora viene proposta integralmente da Il Saggiatore. L’idea della Oates, proficua e famosa scrittrice americana, è quella di raccontare il “grande sogno americano” visto dalla prospettiva di classi sociali differenti. Comincia dal gradino più basso: i braccianti agricoli. La narrazione non è semplice e il romanzo è complesso. La Oates dà voce a tre generazioni: Carleton, il padre di Clara, poverissimo che a stento riesce a mantenere la sua famiglia e che affoga nel bere i suoi problemi e le sue frustrazioni, Clara che riesce ad entrare – seppur in punta di piedi – in una diversa fascia sociale (è una commessa e poi sposerà un possidente terriero) e Swan, il figlio di Clara, su cui la madre ha riversato la sua unica ragione di vita e che è oberato dai doveri e dalle ingerenze della madre. Il sogno di emancipazione si sgretola sotto gli occhi del lettore. Non c’è una redenzione possibile. Clara si sforza di dare al figlio un futuro migliore ma lo carica di ansia e lo opprime. Swan non è sereno e non riuscirà a crescere in modo “equilibrato”. Non si sfugge alle proprie origini, pare volerci dire la Oates. La povertà è qualcosa che non si cancella. Una macchia del passato che rende la vita insopportabile e che distrugge ogni possibile futuro. Joyce Carol Oates scrive un romanzo articolato e poderoso: non si deve aver fretta di leggerlo, ci si deve gustare a fondo la narrazione e apprezzarne ogni singola sfumatura. L’american dream è solo una utopia e, come tale, è irrealizzabile. E la Oates non cerca facili consolazioni. Anzi. Il suo è uno sguardo impietoso sulle miserie umane e sulla nostra voglia di emergere e di arricchirci. Joyce Carol Oates si conferma una delle più importanti scrittrici del nostro tempo, capace di smascherare e mettere a nudo i lati oscuri della società americana.



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