Il giardino di Amelia

Il giardino di Amelia

Santiago del Cile, settembre 2005. Miguel Flores osserva con intensità il contenuto dell'armadio. Vestirsi per lui è raccontare qualcosa di sé e “portare i suoi rispetti” è un’occasione così importante che vuole apparire elegantissimo. Alla fine sceglie il completo fumo di Londra. Amelia avrebbe gradito, non l’ha mai visto così, gli ripeteva sempre che si vestiva come un barbone! Quindi, scarpe e calzini rigorosamente neri, la cravatta blu con una nota gialla, ma la camicia? Meglio bianca o azzurrina? Infine, abbigliato di tutto punto, si guarda a lungo nello specchio, compiaciuto della scelta. Al suo arrivo la chiesa di El Bosque è piena di gente e la celebrazione è già cominciata. Si sente come un alieno, non è sicuro di aver fatto bene a venire, quasi tutti appartengono alla grande famiglia di Amelia. Riconosce il gruppo dei contadini de La Novena e in prima fila, tra i figli, vede Mel, in stile Burberry, avvolta nell’impermeabile nero come le calze, le scarpe e gli occhiali. Mel è elegante e efficiente, il comportamento adeguato alla circostanza fino alla fine, quando in tanti le si accostano per porgere le condoglianze. Miguel è consapevole che rifiuterà le sue, ma ha bisogno di farlo comunque, perché si sente solo, perché vuole una conferma della sua storia con Amelia, che altrimenti rischia di svanire. L’abbraccia, ignorando l’aggressività e lo sguardo sprezzante della donna, che gli chiede come abbia potuto osare...

Ne Il giardino di Amelia Marcela Serrano racconta l’avvicinamento e la relazione tra due personaggi profondamente diversi per formazione culturale, età anagrafica e appartenenza sociale. Gli episodi intorno ai quali si dipana tutto il romanzo hanno origine in Cile, negli anni Ottanta, quando il Paese era ancora sotto la dittatura del generale Pinochet, ma gli sviluppi raggiungono il nuovo millennio e ‒ con la fuga del protagonista ‒ l’Inghilterra. Pagine in cui si sovrappongono voci diverse, in prima e terza persona, narrazione che in alcune parti è confusa e superficiale, in altre limpida e scorrevole. Si trovano indizi sugli orrori della dittatura e i nefasti esiti portati sul corpo e nell’anima di chi ne è stato vittima, ma anche tracce del progressivo intorpidimento della coscienza immersa nella democrazia. I personaggi sono atipici, improbabili, privi di significative evoluzioni, restano fedeli a loro stessi anche quando manifestano ossessioni e grandi sentimenti, anche quando i cambiamenti sarebbero plausibili o doverosi. La trama, a parte qualche assurdo colpo di scena, è prevedibile; l’autrice propone tanti temi e li affronta senza molta convinzione o forse con eccessivo pudore. Con una scrittura comunque piacevole la Serrano narra, senza mai denunciare, una storia che gira in tondo, che non mette in crisi il lettore, in cui c’è un po’ di tutto: animo femminile, sorellanza, rimorsi, sensi di colpa, destino, ineluttabili conseguenze, citazioni letterarie e parallelismi continui con Mary Barton di Elizabeth Gaskell. Protagonista indiscussa del romanzo è la natura, le descrizioni sono talmente vivide da richiamare con forza alla memoria profumi, sapori, sensazioni percettive intense di pioggia, di fango, di vento e calore del sole. Un racconto con scarsa tensione ma qualche grande spunto lirico.



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