Il gigante dal cuore di panna

Il gigante dal cuore di panna

Nonna Giovanna è morta e Greta ha perso il suo faro, la persona a cui si rivolgeva per tutto, quella che le ha insegnato a crescere, a mettersi il rossetto. La donna che non le ha mai raccontato chi sono le persone ritratte nelle vecchie foto sul cassettone e non ha condiviso molto del proprio passato, ma ha saputo lenire le paure dei suoi sette nipoti quando sono venuti per la prima volta a contatto con un documentario storico sugli orrori della Seconda guerra mondiale, raccontando loro la più dolce e amara delle storie, quella di un gigante ferito che arriva in Polonia a seguito di un suo ex commilitone che è ora colonnello dell’esercito invasore. Bolo è un bravissimo carpentiere, falegname, spazzacamino e presta i suoi servigi girando Varsavia con un carretto che stimola la fantasia di Asia, una bimba di dieci anni che prende a salutarlo dal suo giardino un giorno che lui ha sbagliato strada. Da allora il gigante torna tutti i giorni lungo lo stesso percorso, attratto dal sorriso della bimba a cui non risponde mai, ma che lo scalda dentro, fino al giorno in cui trova la bimba in lacrime sui cadaveri dei suoi genitori e non può che portarla con sé nella sua casetta in una radura del bosco, dove ben presto affluiranno altri sei bambini, fuggiti miracolosamente da un buco del ghetto o dalle fogne: il dolcissimo violinista Elia, Il massiccio Davide, l’aspirante uomo d’affari Simon, la piccola ballerina Sara, Kasper l’appassionato di treni e da ultimo il neonato Leon, il cui arrivo comporta la necessità di procurarsi latte ed ecco che arriva l’asina Stella col suo muletto Ficcanaso. Nessuno di loro Bolo aveva voluto, le loro chiacchiere, le liti, le risate che riempiono l’angusta casetta lo irritano, lui era un uomo che amava il silenzio, la cui stazza incuteva timore a tutti meno che al suo amico colonnello ma ora diventa inevitabilmente l’ancora di salvezza, il gigante buono, quello disposto a tutto per nutrire, proteggere, tenere al caldo, guarire ed accontentare i suoi piccoli ospiti anche nei desideri più folli, come riassaggiare la panna montata, il cibo più buono del mondo!

Il gigante dal cuore di panna è la storia perfetta da raccontare nella notte che precede il funerale, una storia che fa bene all’anima straziata di Greta ma anche ai nostri cuori induriti, che apre una finestra su scenari inediti, su un mondo incantato che pur trovandosi appena ai margini dell’orrore, riesce a rimanere un sacrario di innocenza, un luogo puro in cui le anime dei bambini possono fiorire e i loro occhi riacquistano la trasparenza dell’infanzia, si liberano dagli orrori a cui hanno assistito. Francesco Sturaro, autore emerso dalle pieghe della Pubblica Amministrazione, ha creato un’opera bellissima, che, nonostante nelle prime pagine abbia toni da saggio di fine anno della Scuola Holden, cambia registro narrativo quando gli improbabili dialoghi infarciti di punti esclamativi tra Greta e il suo fidanzato lasciano il posto alla magia della parte storica del romanzo, alle voci dei bambini, alla straordinaria, immensa figura di Asia, bambina dalla statura morale superiore a quella di quasi tutti gli adulti del libro, ai sospiri rassegnati del gigante, al pragmatismo degli unici due tedeschi presenti nell’opera, un medico e un colonnello, entrambi militari “ma non nazisti”, alla insensata ma inevitabile crudeltà becera e stupida dei “liberatori” ciechi a tutto ciò che esula dall’atteso. La fame, i rastrellamenti, le deportazioni, la guerra, la morte, la rivolta del Ghetto, nulla ci viene risparmiato nel libro, ma è come se tutti questi eventi fossero neutralizzati dalla casetta nel bosco, dalla bontà di Bolo e dalla forza morale di Asia che mettono in pratica un caposaldo della cultura ebraica di cui non molti sembrano ricordarsi ai giorni nostri: chi salva un uomo salva l’umanità intera. Salvando dei bambini e soprattutto preservando la loro innocenza, Asia e Bolo piantano semi di bontà e gentilezza che si spargeranno ai quattro angoli del mondo e manterranno viva, per Greta, la memoria dei propri salvatori.



 

 

 
 
 
 

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