Il gioco del panino

Il gioco del panino
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Celia fa l’antiquaria. Ma non tratta quadri. È una sua regola. Ne ha già viste troppe di fregature. Una mattina le arriva una cliente con una cosa trovata in soffitta. Non pensava valesse niente però poi ha visto un tizio in televisione che ha valutato un dipinto simile duemila dollari e allora… Duemila dollari. Appena un gradino più su di una vacca delle Highlands… Oggi Miss Fozzard ha avuto una notizia. Si stava riagganciando una calza quando Mr Suddaby le ha detto: “Purtroppo questo sarà il nostro ultimo incontro, Miss Fozzard”. Il nuovo furto che ha subito da poco è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e siccome sua suocera finalmente va in casa di riposo e la TV si vede sempre male, non hanno più tanti motivi per rimanere a Leeds; quindi sgomberano e vanno a Scarborough. C’è anche Tina, il loro chow chow, che ha un principio d’artrite, quindi correre sulla spiaggia può farle bene... Wilfred è un uomo di mezza età. Indossa l’uniforme degli inservienti dei parchi. Oggi in pausa pranzo è passato dall’edicola a prendere delle liquirizie colorate. “Quanto vorrei essere come lei» ha detto il giornalaio. Poi ha gridato alla moglie: «Vorrei essere come lui! Con tutte le caramelle che compra, non ingrassa mai”. Allora Wilfred ha detto: “È vero, sono fortunato, però io pedalo”… Se fosse un gatto Marjory farebbe la stessa cosa, sporcano uguale. È che ai gatti si può essere allergici, e quindi non te lo fanno pesare. Poi c’è chi è allergico anche ai fiori. Lei, però, di fiori non ne ha. Anzi: li ha, ma sono tutti lavabili. Le sembra sempre che la spii, il cane, con quella lingua penzoloni… In questa zona non viene ammazzato nessuno, di norma; sono per lo più villini indipendenti e non si sente mai nemmeno gridare. Per questo Rosemary ci ha messo un po’ a capire che cosa stesse dicendo Mrs Corquodale…

Sei storie. Sei monologhi. Sei sfoghi, verrebbe da dire. Che si sono fatti attendere. Hanno qualche lustro, quasi quattro, e ora finalmente arrivano in Italia. Teatrali, ma creati per la tv (e parliamo della BBC, mica di TeleRoccaCannuccia, con tutto il bene). Sul piccolo schermo hanno tenuto banco per una decade, dal 1988 in poi. Sono feroci. E bellissimi. Erano dodici, inizialmente. I primi sei sono già stati pubblicati, una dozzina di anni fa, sempre da Adelphi. Ora arrivano i secondi. Talking heads. Ovvero teste parlanti. Come il gruppo musicale, quello di David Byrne. Ma in questo caso il rock non c’entra granché. Sono capolavori. Come praticamente sempre lo sono i testi di Bennett. Che ne è stato anche interprete, e ne spiega in una introduzione che è quasi un settimo monologo (forse il migliore) tra l’altro la genesi, la poetica, la cupezza, la fatica che gli è costata scriverli. Fatica di cui, però, non si avverte la minima traccia. Quella di Bennett, infatti, è la solita prosa. Sempre nuova e sempre riconoscibile. Liscia come l’olio. Frizzante. Esilarante. Indulgente con le miserie dei suoi consimili, esseri umani incredibilmente veri e altrettanto imperfetti. Ironica. In questo caso, però, con una punta di amaro in più. Che la rende irresistibile, da commedia nera, come la pece. Sono sei canzoni della frustrazione. I protagonisti, per lo più donne, teste appunto parlanti, come il titolo originale suggerisce (la loro fisicità è secondaria, inesistente, quel che conta è il fiume di bile che riversano sul mondo attraverso la loro feconda favella), vivono vite che non amano, e non vedono l’ora di liberarsi della propria insoddisfazione. Costi quel che costi. Al tempo stesso, però, l’apparenza piccoloborghese, infarcita di suppellettili gozzanianamente di pessimo gusto, deve rimanere salva e intatta. Si leggono d’un fiato, e fanno scintillare l’immaginazione.



 

 

 

 
 
 
 

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