Il gioco della Viola

Il gioco della Viola
Agar ha undici anni e un’immaginazione capace di dare vita a mondi. È estate, le scuole de L’Avana sono chiuse e il ragazzino passa le sue giornate tra la religione delirante della nonna, la concretezza di mamma Pepita e gli sbalzi di umore di papà Lorenzo, comunista e sempre pronto a menare le mani. La violenza domestica è un concetto che nemmeno esiste, le botte sono botte e basta, del resto non è che là fuori la vita sia più facile: la banda dei Ragazzacci del parco non è esattamente il tipo di compagnia che una madre potrebbe desiderare per il figlio, divisi tra atti di vandalismo, torture sugli animali e ovviamente un sacco di legnate per i più deboli del gruppo. Ma Agar ha dalla sua il potere creativo della sua mente, così forte che ogni volta che si risveglia ha la sensazione di precipitare dal cielo e sente un peso che gli schiaccia lo sterno. Così il ragazzino partendo dai tanto amati fumetti può inventarsi una vita diversa, dove i confini del sogno si fanno più incerti e il mondo degli indiani e dei cowboy diventa una realtà che viene a farlo trionfare sui suoi nemici. In sogno si può fare qualunque cosa, persino di pilotare un aereo carico di bombe atomiche da sganciare sopra L’Avana… 
Con un stile onirico, lo scrittore cubano Guillermo Rosales racconta i dolori dell’infanzia: o per meglio dire li canta, con una scrittura intensa che assomiglia a tratti a quella di una lirica. Il gioco della viola del titolo altro non è che quello della cavallina, e la filastrocca che accompagna ogni salto (“Alle due il mio orologio, alle quattro il mio gatto, alle sette il mio macete…”) diventa il fil rouge del libro, in cui ogni strofa corrisponde a un capitolo. È un piccolo gioiello questa seconda e unica opera che ci è arrivata di Rosales, morto suicida a Miami a soli 47 anni dopo aver distrutto tutto quello che aveva scritto tranne La casa degli esuli (divenuto un classico della letteratura cubana) e questo romanzo breve, che risale a quando aveva solo 22 anni. Ne Il gioco della Viola la crudeltà dei bambini è uno specchio di quella del mondo, Rosales non risparmia al lettore nessuna delle crudezze della vita, e l’unica salvezza possibile è la fuga, l’unica concessa ai piccoli: quella della fantasia. Così diventa impossibile non paragonare il bambino Agar a Guillermo Rosales, che inviso al regime castrista fu davvero costretto a lasciare la sua patria, vivendo una condizione di esule che lui stesso definiva totale e che lo condusse fino alla pazzia, al manicomio, e alla tragica decisione di togliersi la vita.

 

 

 

 
 
 
 
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