Il gioco delle parti

Il gioco delle parti
«Io penso che la vita è una molto triste buffoneria, poiché abbiamo in noi, senza poter sapere né come né perché né da chi, la necessità di ingannare di continuo noi stessi con la spontanea creazione di una realtà (una per ciascuno e non mai la stessa per tutti) la quale di tratto in tratto si scopre vana e illusoria». Con nella testa il peso di tali convinzioni, alla serata di premiazione per l’attribuzione del Nobel a Stoccolma nel dicembre del 1934, Luigi Pirandello giunge con nel cuore un groviglio di emozioni, non tutte positive. È felicemente emozionato per l’alto riconoscimento alla sua arte, ma è dolente per l’assenza al suo fianco dell’amata Marta (Abba), ed è deluso per la condotta del Governo italiano a cui pure, in un primo tempo, egli aveva dato il suo entusiastico sostegno. Proprio il Duce aveva lavorato, anni prima, per impedire che il Nobel giungesse a Pirandello (piuttosto suggerendo la Deledda), autore ritenuto da Mussolini non rappresentativo della solida e compatta morale fascista, lui così incline a rappresentare faglie e storture e contraddizioni di una società ipocrita e falsamente perbene. L’occasione del racconto della serata del Nobel, poi, induce una veloce retrospettiva dell’intera sua, disgraziata, esistenza. Nato «come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano», si era presto trovato a fare i conti con il mondo aperto, prima a Roma, poi a Bonn dove sperimenta l’incontro con l’universo femminile attraverso Jenny Schulz Lander, poi ancora in Italia e nel resto del mondo, America in testa. Sposato infelicemente con Antonietta Portulano, afflitta da problemi di psicopatia, infelice padre di figli mai compresi, e pur da loro idolatrato e amato, con nessuno dei quali riesce ad avere un positivo rapporto di dialogo e confidenza, Pirandello trascorre la vita in un’altalena di fortune (artistiche) e sfortune (esistenziali) che ne segneranno profondamente biografia ed arte...
Questa di Collura riesce – impresa certo non semplice! – a non essere l’ennesima biografia dello scrittore di Agrigento. Piuttosto, la qualità della scrittura, l’abilità nel gestire l’intreccio ‘narrativo’, il continuo sfasamento di piani temporali e spaziali fanno di questo libro un bel ‘romanzo’ da leggere tutto d’un fiato, l’avvincente storia della vita ordinaria di un uomo straordinario: straordinario per il contributo dato alla storia della letteratura e del teatro nel mondo, ma straordinario anche nella sua assoluta incapacità di vivere la vita con presa emotiva diretta, tutto filtrando invece con il seme avvelenato del sofisma. Una lucida follia, una straordinaria capacità di tutto demistificare e tutto guardare con disinganno e con derisione, con sofferenza, con l’impotenza di “quando si è Qualcuno” che ha continuato a vedere la vita, la sua stessa compresa, come un palcoscenico. Arrivando perfino a stabilire la scenografia dell’ultimo atto vissuto sul palco dell’esistenza: «Sia lasciata passare in silenzio la mia morte. Agli amici, ai nemici preghiera, non che di parlare sui giornali, ma di non farne pur cenno. Né annunzii né partecipazioni. II.- Morto, non mi si vesta. Mi s’ avvolga nudo, in un lenzuolo. E niente fiori sul letto e nessun cero acceso. III.- Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti, né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. IV.- Bruciatemi. E il mio corpo, appena arso, sia lasciato disperdere; perché niente, neppure la cenere vorrei avanzasse di me. Ma se questo non si può fare sia l’urna cineraria portata in Sicilia e murata in qualche rozza pietra nella campagna di Girgenti, dove nacqui». E il 10 dicembre del 1936, puntualmente, Pirandello se ne sarebbe andato per sempre, sbattendo la porta del mondo: l’uscita di scena, come voluto, senza annunci né partecipazioni, solo, nudo, adagiato su un carro d’infima classe.

 

 

 
 
 
 
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