Il gioco preferito

Il gioco preferito

Lawrence Breavman ha 17 anni e il suo teatro di operazioni è la Montreal degli anni 60, o meglio la comunità ebraica della città, e al suo interno la famiglia Breavman, così orgogliosamente chiusa nel proprio glorioso passato da rischiare di non accorgersi del proprio imminente declino. Laddove gli Ebrei sono la “coscienza del mondo”, i Breavman non vogliono essere niente di meno che la “coscienza degli ebrei” e il giovane Breavman si considera a sua volta la “coscienza dei Breavman”. Una coscienza problematica, crudelmente sincera, poco incline agli alibi, a tratti “sporca” e non necessariamente indirizzante verso ciò che è universalmente corretto. Personaggi e interpreti di questa brillante commedia umana: sua madre, una giovane donna dalle variegate nevrosi che ha fatto della caccia alle rughe la propria missione di vita; un padre obeso e affetto da patologie che lo bloccano a letto costringendolo a respirare sotto una tenda a ossigeno; i nonni, congelati per sempre sulla pellicola immaginaria di Breavman nell’atto di compiere sciocchi gesti quotidiani, una pletora di zie, zii, cugini e comprimari che tutti insieme formano l’orgogliosa casta che si nutre della propria storia e rifiuta la promiscuità con le istituzioni cristiane della città, arroccata in una sorta di fortezza i cui guardiani vigilano orgogliosamente che nessuno della famiglia “oltrepassi la linea della circoncisione”;  Krantz, migliore amico nonché complice delle peggiori scelleratezze e delle più comiche bravate che punteggiano il processo di crescita di Breavman; una sorella, Bertha,  sacrificata ai ruoli peggiori e più pericolosi nei giochi di guerra con Krantz; un medico di famiglia che finisce per morire molti anni prima del suo moribondo paziente; una cameriera, qualche sventurato animaletto domestico. Soprattutto, però, Breavman“conosce una ragazza di nome Shell che si è fatta fare i buchi alle orecchie per mettersi lungi orecchini di filigrana. I buchi si sono infettati”…
Breavman conosce molte donne, nel modo più carnale possibile, ne gode appieno anche ricorrendo agli espedienti di seduzione e manipolazione più biechi. Tutti i testi sacri da cui attinge i valori per la propria crescita sembrano essere scritti sul corpo delle donne: Tamara, Wanda, Norma…sono altrettanti salaci capitoli del suo personale epico romanzo di formazione, del quale egli è narratore parzialissimo ed eroe. Leonard Cohen ha costruito nel 1963, agli albori della propria carriera artistica, un’opera che fonde letteratura, musica, cinema, arti visive. Ogni singola frase si lega alla successiva in una perfetta, poetica, costruzione armonica, il concatenarsi di frasi brevi che incastonano pensieri di una chiarezza fulminante, concetti ruvidi espressi con inaspettata dolcezza, creano un ritmo sincopato, puramente jazzistico. I Breavman scorrono sullo schermo mentale creato dal loro narratore non esattamente agiografico, in una serie di brevi, vivide sequenze, alternando campi lunghi a zoom che catturano attimi di un’intimità che rasenta il voyerismo goliardico. La famiglia, secondo il più tipico cliché di molta tradizione letteraria ebraica, è l’ingombrante protagonista assoluto della narrazione, nonché rumoroso nucleo di abitanti più o meno abusivi di quel complesso condominio che è il subconscio di molti giovani protagonisti della stessa letteratura. Il gioco preferito, nonostante i luoghi comuni, peraltro trattati con consapevole autoironia. è un romanzo di formazione il cui eroe è talmente peculiare da non essere assimilabile a nessun altro adolescente letterario. Breavman ha una personalità spiccata, è così oltraggiosamente consapevole di sé e delle proprie capacità che più che l’Holden canadese è una giovane marchesa di Merteuil in jeans, reso più accattivante dalla leggerezza, dall’ironia e dal sarcasmo.

 

 

 
 
 
 
Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER