Il giorno che diventammo umani

Il giorno che diventammo umani
Un ragazzo è trascinato dagli amici in un night per l’addio al celibato. Se ne sta mezzo ubriaco su un divano color vomito con mezzo etto di carne inutilizzabile tra le gambe, mentre due ballerine da cortina di freddo si muovono sulla pedana e gli uomini la guardano con occhi di pesce. A casa lo aspetta una fidanzata uscita da una scuola dove insegnano a pelare le mele con forchetta e coltello e a espellere i rutti per osmosi, una ragazza che non sa scopare a tempo e che simula gli orgasmi. Cosa penserà quando le toccherà lavargli le mutande? E cosa penserà lui quando scoprirà i segreti della sua perfezione? Una donna di trentadue anni prepara la cena mentre il gatto sonnecchia sul divano, imbocca il suo bambino di tre anni e poi lo mette a letto. Lo stesso giorno, un pomeriggio d’ottobre, il medico le ha ordinato la biopsia di un nodulo. Glielo asporteranno, farà la chemio e poi, per sicurezza, anche radioterapia. Dopo un weekend a Venezia i mesi passati sembreranno solo un brutto sogno. Anni dopo, dodici, porterà suo figlio di quattordici anni al Salone del Libro di Torino. Potrebbe andarci l’anno prossimo, dopo essersi ripresa, così le ha detto il marito, ma probabilmente non ci sarà nessun prossimo anno. Sul treno resta solo il sorriso imbarazzato di questo ragazzo spogliato della purezza dell’infanzia. Dov’è finito lo stupore di quel bambino che adesso non ha il coraggio di ricambiare il suo sguardo? Nei bagni del Tribunale di Venezia una donna urina su un test di gravidanza: tre settimane prima, in una macchina parcheggiata in una stradina male illuminata, il preservativo messo su dal suo fidanzato si è lacerato. Adesso, a testimoniare l’assalto degli spermatozoi lungo una sua tuba di Falloppio, due linee ben evidenti colorano il test di gravidanza. Ventitré cromosomi da una parte e ventitré cromosomi dall’altra già hanno definito il progetto di una nuova vita. Ma i suoi cromosomi non possono testimoniare il viso che adesso è riflesso nello specchio, corrispondente in modo inequivocabile a quello che è lei dentro, sono invece la memoria della ragazza che è stata e che si è lasciata faticosamente alle spalle un intervento dopo l’altro…
Il giorno che diventammo umani raccoglie venti storie di giorni – anzi, di un giorno in particolare, come a volte capita nella vita di ognuno – in cui si ha l’occasione di sperimentare tutta la propria umanità. E non sempre se ne esce bene, da giornate come queste: portano alla luce fragilità, tradimenti, amori e vergogne. Il corpo è in tutti i racconti al centro dell’espressione di queste umanità, tanto da diventare un secondo filo conduttore della raccolta. Sono storie ricche di odori, sapori, carne che si ammala e che invecchia, di desideri sessuali slegati dagli innamoramenti. Insomma, ci si sporca le mani in queste storie in cui non c’è voyeurismo ma neanche indulgenza: un po’ come durante un’autopsia. Qualche lettore potrebbe pensare di trovarsi davanti al solito polpettone di tristezza letteraria, disfattismo cosmico e malinconia esistenziale; ma per fortuna Zardi ha il talento di saper scrivere (veramente) bene e tutto questo è raccontato con una scrittura pulita, ironica e realistica senza essere volgare che lo salva (e noi con lui) dal rischio di cadere nel già detto e nel pessimismo moraleggiante e fine a se stesso. Divertente è la capacità di suggerire piccoli richiami tra le varie storie e di creare delle ambientazioni ricorrenti che ci portano in un microcosmo organico (un po’ à la Stephen King) dove per esempio l’Auchan diventa anche per noi il supermercato di fiducia. Concludendo questa è un’ottima raccolta di racconti  che vale tutto il modesto prezzo di copertina, che merita di essere letta in treno, al mare, al bar e che si può conservare felicemente su uno scaffale della nostra libreria senza la paura di sprecare spazio.

 

 

 
 
 
 
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