Il giorno della nutria

Il giorno della nutria

Quando tutto ha inizio, in un martedì mattina di fine aprile, Davide non è per niente lucido. Versa anzi in uno stato di stordimento post sbronza aggravato dalla forte cefalea, con la quale è abituato a convivere da ormai undici anni. La sera prima l’ha passata in canonica con Esteban, Emanuele e don Stefano a giocare a Risiko: è lì che si è sbronzato selvaggiamente. Si sveglia di soprassalto, il portone di casa è stato sbattuto con forza, non ha riposato bene ed è ancora atterrito da quel “terror di sogno in cui si rimane invischiati dopo un incubo particolarmente vivido”. Sente, nitidamente ancorché sottovoce, suo nipote Giulio che interloquisce con una fanciulla – ma chi è? una occasionale oppure una delle sue due “ragazze ufficiali”? – e ad ogni modo è convinto che i due finiranno per giungere al dunque nel giro di poco tempo. Contro la sua cefalea cronica, che ormai conosce ma non riesce affatto a dominare, ha provato ogni tipo di rimedio naturale, farmacologico e alternativo: farmaci neurologici e psichiatrici, elettrostimolazione, meditazione Zen, fitoterapia, chiropratica e svariate altre stravaganti panacee, persino una settimana di ketamina: tutto ha messo in evidenza l’impossibilità non solo di guarire ma anche semplicemente di trovare sollievo. Nel confuso trambusto seguente Davide si precipita giù per le scale, lo stesso fa la domestica Dorota, e anche Giulio si distoglie dal suo interesse principale (dalle mutande si intuisce un’erezione) e una volta sceso di sotto chiede allo zio cosa stia accadendo: lì, sulle scale esterne della loro casa di Borgo Carige a Capalbio, giace una nutria spellata e gelida, ancora a metà del processo di scongelamento. Stare a guardare non serve a nulla, forse è il caso di sbarazzarsene. Ma chi può essere stato? Che senso ha scorticare una nutria, congelarla, poi toglierla dal freezer e farla ritrovare proprio in quel posto? È davvero destinata a lui o è finita lì per caso? È da intendere come un monito, una minaccia? Ha dei nemici che possano avventurarsi in una scempiaggine di tal genere? Davide cerca di fare mente locale, nutre più di un sospetto, ma non vuole trarre conclusioni affrettate…

Andrea Zandomeneghi, classe 1983, si può tranquillamente definire un esordiente anomalo. È infatti figura di spicco della scena letteraria underground, nella fattispecie della fiorente e vitale “scenicchia” toscana, vanta collaborazioni di peso a livello giornalistico – per esempio con il quotidiano “Il Foglio” – è stato condirettore della nota rivista letteraria online “Crapula Club”, ha all’attivo diversi racconti pubblicati nelle forme e nelle sedi più disparate (si citi su tutti un suo lavoro inserito nell’antologia Odi edita da Effequ) e ha curato insieme ad Antonio Russo De Vivo la raccolta Anatomé. Con un curriculum di questa portata, balza subito agli occhi l’anomalia a cui facevamo riferimento, e si comprende così la maturità di un esordio complesso, colto e riuscitissimo come Il giorno della nutria. Il roditore che dà il titolo compare nella primissima pagina del romanzo, ed è come una finestra che si spalanca sul vuoto, un’irruzione dell’irrazionale e dell’inspiegabile degna di David Lynch (si pensi allo sconcertante incipit di Strade perdute e a quel celebre “Dick Laurent è morto” sussurrato al citofono: l’impatto è simile). Qualcuno lo ha definito uno degli esordi dell’anno, e la conferma la si trova nel fatto che Il giorno della nutria è entrato nella cinquina di finalisti del Premio POP (Premio Opera Prima), pur non riuscendo ad aggiudicarselo. Le 152 pagine di cui si compone il volume lasciano esterrefatti per un paio di motivi antitetici: perché scorrono velocemente, dato che si viene ipnotizzati dal ritmo nevrotico che prende l’indagine del protagonista (attorno alla nutria, o forse più propriamente attorno ai suoi fantasmi), e perché malgrado le dimensioni tutto sommato ridotte il libro appare denso: di significati, di divagazioni, di approfondimenti che si aprono su altro e sembrano suggerire potenziali ampliamenti del senso. Con un gusto tutto postmoderno per la mescolanza di generi e media differenti, Zandomeneghi costruisce una biblioteca ideale nella quale il protagonista alcolizzato e affetto da cefalea trova requie, tesse dei rimandi sia a classici della letteratura che a saggi naïf su Lou Reed, la questione agraria e Freud, flirta coi nuovi linguaggi della contemporaneità come YouTube e le serie tv, fra cui le citate True Blood e American Horror Story, fino al finale sorprendente che fa aderire perfettamente il romanzo al genere commedia (in quanto inizia quasi con atmosfere da noir per digradare lentamente verso il grottesco).

LEGGI L’INTERVISTA A ANDREA ZANDOMENEGHI



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