Il giorno perduto

La precedenza sul continente si dà a chi viene da destra. Lo sa. Ma Christy non la dà. Vorrebbe, ma non lo fa. Vorrebbe anche suonare il clacson, ma non gli pare il caso. E quel suono lo insegue. Sente tutti gli occhi addosso, quelli di chi immagina lo cataloghi come il solito inglese suddito di una monarchia da cronaca rosa che si ostina a voler camminare contromano. Sente il sudore che gli fa prurito sotto le ascelle, la testa dolergli per la troppa concentrazione che gli ci vuole per guidare in quella che per lui è la parte sbagliata della strada, teme di sbagliare lo svincolo, l’uscita. La sua è prossima, lo sa. Legge Anderlecht e pensa alle maglie viola dell’omonima squadra di calcio, pensa a trent’anni fa. Adesso non è lì per andare allo stadio, che nel frattempo ha cambiato nome. Ma per lavoro. Bei soldi, gli ha detto Barry. Una consegna, ma la merce va ritirata a Bruxelles. E Barry ha pensato a lui, che c’è già stato. Un po’ di cattivo gusto… Anche Domenico è a Bruxelles. Anche lui c’è già stato trent’anni fa. Quando non aveva una moglie né due figlie adolescenti. Quando non era un fotografo professionista. Quando non era volontario Slow Food per il progetto Granai della Memoria. Quando non era come adesso in ritardo al suo appuntamento e non se ne stava seduto a un tavolino del Cafè Fernande senza sapere che fare in un giorno di metà maggio come tanti…

Era un mercoledì, il ventinove di maggio del 1985. E doveva giocarsi Juventus – Liverpool, la finale di Coppa dei Campioni allo stadio Heysel di Bruxelles. E si giocò comunque. Nonostante tutto. I seicento e più feriti. I trentanove morti. Esiste un “prima” e un “dopo” quello squallore. Christopher, detto Christy, o Monk, e Domenico, ossia il Mich, uno inglese, massacrato col suo ceto dalla “cura Thatcher”, l’altro italiano, studente nel capoluogo, via dalla sua valle, uno da solo, in cerca di una parentesi dai suoi guai, l’altro con gli amici di sempre, si sfiorano nella capitale belga, in quel frangente che muta ogni cosa e che pare sospeso fuori dal tempo, in una dimensione di ovatta. Ognuno ha il suo bagaglio di speranze, sogni, paure, ideali, prospettive, rivendicazioni, conti da presentare alla vita, e quell’occasione diventa lo stimolo a mettere un punto e ripartire. Il romanzo è lieve e denso, semplice, immediato, profondo, costruito benissimo, come un film con due unità di regia, due punti di vista, canto e controcanto, amalgamati da un sapiente montaggio, non in contrapposizione, ma in crescente e sempre più vibrante comunione. E non è in fondo nemmeno un libro sul calcio, anzi, ma sulla vita, i simboli, l’attesa, la memoria e la rinuncia, il sacrificio e il viaggio, come esperienza dalla quale comunque si torna diversi, perché si è visto e conosciuto altro.



 

 

 

 
 
 
 

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