Il giovane sbirro

Il giovane sbirro
Michele Ferraro ha scelto di diventare un poliziotto perché la sua famiglia ha bisogno di soldi: ha abbandonato gli studi universitari e la band nella quale suonava ed è partito per la Valle d’Aosta; non ha esperienza, le sue mansioni consistono in “idiotissime ricerche di gattini sperduti, o in trasporti di documenti da cima a valle, dalle nevi perenni alle strade lastricate di Aosta”. Però. La sparizione di un giovane di ottima famiglia (Daniel Marius Attanasio Francois Janin de Saint Asnelme, detto dagli amici Mario) e il successivo ritrovamento del suo cadavere in un bosco gli permettono di scoprire la propria involontaria (forse indesiderata) propensione a investigare: qualcosa lo spinge a cercare, ad andare dietro l’apparenza e le parole, anche quando del caso non gli importa niente e sarebbe molto meglio badare ai fatti propri. Il trasferimento in un paesino nelle valli bergamasche, il matrimonio con Francesca (la fidanzata “storica”) e la di lei gravidanza non lo distraggono dalla passione per una professione scelta per caso. Deve capire, scoprire, rendere chiaro ciò che è oscuro, sempre! Che si tratti della sua trattoria preferita incendiata da una mano misteriosa o della scomparsa della famosa scrittrice Viviana Du Roi, sembra che dubbi, svolte, soluzioni di indagini e misteri gli cadano nella testa come pioggia svogliata e insistente. Finché Michele, Francesca e Giulia, la figlia nata sui monti e cresciuta bianca e rossa “come Heidi”, si trasferiscono a Milano, città natale mai abbandonata sul serio (almeno nel cuore). A Milano la vita di Ferraro ritorna a procedere verso direzioni consuete: l’odore dell’asfalto, il rumore delle automobili, lo stridere dei tram sui binari ritmano il poco sonno, lo scarso tempo dedicato alla famiglia (con una figlia che cresce e una moglie sempre più scontenta) e le indagini. Tante, piccole e grandi. Con soluzioni che diventano il tormento da seguire, da afferrare in mano fino alla fine. A qualsiasi costo…
Il giovane sbirro è un altro romanzo di Biondillo che solo superficialmente e con una certa approssimazione possiamo definire “giallo” oppure “poliziesco”: si tratta, in realtà, del lungo racconto della vita di Michele Ferraro, riflessa nelle decine di piccoli specchi delle indagini non sempre risolte e nel fallimento inesorabile della vita privata. Fino alla solitudine dell’abbandono, quando Francesca e Giulia se ne vanno e lo lasciano solo, e a lui non resta che pensare, pensare e pensare, e continuare a inseguire colpevoli salvando gli innocenti. Il giovane sbirro è anche il racconto di Milano, della città che non è solo ambientazione di storie che potrebbero accadere in qualsiasi altra parte d’Italia ma è essa stessa protagonista di pagine e pagine di romanzo. Michele Ferraro esiste e si muove in quanto appendice, figlio, prodotto dello smog di Milano, prigioniero di tentacoli che diventano nostalgia quando l’aria pulita di montagna e le valli e il verde degli alberi sembrano aggredire. Tra ricordi e realtà della vita presente, riflessioni sul perdersi dell’amore e dell’entusiasmo, improvvisi guizzi di curiosità che lo spingono a forzare porte e manipolare qualche piccola verità, Michele si rivela un protagonista d’eccezione che tenta a ogni costo di passare inosservato. E’ poliziotto umanissimo che vede miseria e ingiustizie, soprusi e incoerenza, e riesce ad arrivare al fondo della verità senza farcela necessariamente piacere; è un uomo solo e confuso, e soffre per una crisi coniugale che non riesce ad arginare e per la mancanza straziante della figlia Giulia, e non trova altra via d’uscita che andare avanti. Rimandando il problema, inghiottendo la voglia di ritrovare la moglie e la figlia che gli hanno svuotato la vita.

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