Il giro del giorno in ottanta mondi

Il giro del giorno in ottanta mondi
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Frammenti di ricordi, voli pindarici e riflessioni filosofiche, tra Teodoro Adorno che fa le fusa in giardino o guarda un punto invisibile nell’aria ed il Vescovo Evreux ingabbiato come un cardellino al centro di una stanza, mentre una nuvola passeggera dipinge nel cielo di Cazeneuve, involontariamente, il profilo de La bataille de l’Argonne di René Cezanne… Voli onirici di cronopios, sfatamento dei luoghi comuni. Per imtestare una lettera ad un collega scrittore come si scrive: caro amico, egregio o il nome e basta? Si sta in equilibrio tra la troppa lascivia e il rischio di apparire ingessati. Un grave problema argentino… Essere sudamericano, soprattutto argentino, è una vera fortuna perché non ci si sente obbligati a scrivere sul serio e si può addirittura dire “Che ridere, piangevano tutti!”. È molto rilassante la consapevolezza di non doversi sedere davanti alla macchina da scrivere con le scarpe lucidate, di non doversi tenere addosso quella serietà di chi scrive come se andasse ad una veglia funebre… Leggere il supplemento scientifico di “Le Monde” dev’essere un’attività molto istruttiva: ha il vantaggio di muovere in senso opposto a quello verso il quale vuole indurre. Insomma, invece di sottrarre all’assurdo, spinge ad accettarlo come il modo naturale in cui ci si presenta una realtà inconcepibile. Vuol dire accettare l’assurdo come una sfida, più che accogliere come tale una raltà inconcepibile… Che cos’è scrivere? Eccentricità rispetto ad un’immaginaria parallasse effettiva, un pò più a sinistra o più sul fondo rispetto al posto in cui si dovrebbe essere, perché tra scrivere e vivere non si ammette mai una netta differenza. Vivendo si può dissimulare, scrivendo no perché non si esiste veramente, o si esiste a metà. Jamais réel et toujour vrai… Chi ci riscatterà dalla serietà, da quei monoliti/tartarugoni che non ridono mai, specie in letteratura? La serietà si crede onnicomprensiva dal sonetto al romanzo, è pervasiva mentre l’umorismo risulta volgare, letteratura di serie B. Ma Albee lo dice chiaro “il sintomo più profondo di un’infermità sociale è l’assenza del senso dell’umorismo” e Man Ray lo ribadisce “Se riuscissimo a sradicare la parola ‘serio’ dal nostro vocabolario, si aggiusterebbero tante cose”…
“Questo giorno ha ottanta mondi, la cifra è indicativa ed è questa perché piaceva al mio omonimo, ma forse ieri erano cinque e questo pomeriggio centoventi, nessuno può sapere quanti mondi ci siano nel giorno di un cronopio o di un poeta”. Il giro del giorno in ottanta mondi è la chiave d’accesso alla sfera più privata di Cortázar, una pittoresca e frastagliata autobiografia. Mica facile stargli dietro, aprire queste pagine significa salire su un ottovolante impazzito, lanciato in cielo e vertiginosamente catapultato a terra. Prende i vecchi racconti e li riutilizza per scrivere altro, ripercorrendo la propria vita artistica e personale; la propria esperienza umana e quello che ci sta dentro. Una vera e propria passerella di facce e di nomi, citazioni sulla più accesa e svariata policromia della sua esistenza: il jazz, il pugilato, i gatti, il tagliente (e non sempre comprensibile) umorismo; l’argentinità tracimante; il mestiere di traduttore e quindi Parigi; i poeti ed i colleghi scrittori. Una rete fitta di ragionamenti e aneddoti che si incastrano tra loro come presi a martellate eppure (dopo esserci passati sopra due o tre volte senza distrarsi) lineari ed illuminanti. Maledettamente facile stranirsi e disorientarsi nel frullatore metafisico di Cortázar, il lettore si sente preso a schiaffi dall’acume intellettuale e dal sense of humor dello scrittore rispetto al quale ci si sente sempre un passo (abbondante) indietro. Il gusto estremo per la parola punta dritto a stravolgerne il senso senza intaccarne la sostanza, come fanno i grandi del jazz, come per Lester Young in Three little words: “Quell’invenzione che rimane fedele al tema mentre lo combatte, lo strasforma e lo irida”. Cortázar fa lo stesso con i suoi racconti onirici e le sue riflessioni che sembrano eleganti e puliti salti con l’asta. Per capirsi, Gabriel García Márquez raccontava sempre: “Fuentes domandò a Cortázar come, quando e per iniziativa di chi fosse stato introdotto il pianoforte nell’orchestra jazz. Era una domanda casuale e prevedeva solo una data e un nome, ma la risposta fu una lezione sorprendente che durò fino all’alba, fra enormi bicchieri di birra e hot-dog. Cortázar, che sapeva dosare bene le parole, fece una ricostruzione storica ed estetica con una competenza e una semplicità quasi incredibili, che culminò con le prime luci del giorno in un’apologia omerica di Thelonius Monk. Non parlava solo con una profonda voce da organo piena di erre mosce, ma anche con le sue mani dalle ossa grandi, espressivo come non ne ricordo altre”. Chapeau.

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