Il giudice delle donne

Primi anni del ’900. È notte fonda, la bambina si sveglia di soprassalto. Scende le scale, entra in cucina. Uno strano liquido le bagna i piedi scalzi. La bambina vede una donna che ha i capelli come quelli di sua madre lunga sul pavimento, le gambe aperte e uno straccio ficcato là in mezzo. È da quello straccio che esce lo strano liquido che le bagna i piedi. Puzza di spavento, sangue acido e segreto. La bambina apre la bocca, ma la voce rimane imprigionata da qualche parte dentro di lei. All’improvviso una stanchezza incontrollabile la assale. La bambina si gira, rifà le scale e torna a letto. Da quel giorno in poi Teresa, la bambina con gli occhi gialli ‒ la mamma morta per uno scandaloso segreto e il papà emigrato dall'altra parte dell’oceano, in America ‒ vive con il nonno, un anziano stagnaro di Montemarciano, in provincia di Ancona. Da quella tremenda notte la voce non le è più tornata. Alessandra invece è una giovanissima maestra di Ancona, diciannove anni appena, alla sua prima esperienza lavorativa: l’hanno chiamata per una supplenza proprio a Montemarciano, e lei ha affittato una stanzetta in casa dello stagnaro. Nel piccolo paesello marchigiano Alessandra stringerà amicizia con Lisetta, figlia di un’amica della madre e (infelice) promessa sposa del professor Benanni, direttore della scuola dove insegna Alessandra; e poi con Luigia, l’anticonformista moglie del sindaco, sua collega, che la coinvolgerà in un’audace campagna per il voto alle donne. E che dire di Adelmo, l’ambizioso fratello di Lisetta, giornalista in erba, che sembra nutrire una speciale simpatia proprio per Alessandra?

Il nuovo, intensissimo romanzo di Maria Rosa Cutrufelli parte da un fatto realmente accaduto: erano i primi anni del ‘900 quando, nelle Marche, un manipolo di maestre – dieci per la precisione – destarono scompiglio e scandalo chiedendo l’iscrizione alle liste elettorali. Il caso finì sui giornali, gli uomini scossero la testa in segno di disapprovazione. La decisione finale toccò a Lodovico Mortara, il giudice delle donne. Da questo apparentemente insignificante fatto di cronaca, poi caduto nel dimenticatoio, Maria Rosa Cutrufelli costruisce un romanzo di una bellezza che incanta. Non solo per il contenuto, commovente, emozionante e di grande originalità, ma anche e soprattutto per lo stile: la Cutrufelli “diventa” una scrittrice del secolo scorso, sceglie parole antiche e oggi cadute in disuso, utilizza modi di dire e giri di parole d’altri tempi. La sua è una scrittura viva, che non stanca mai, ma che anzi cattura per lo straordinario fascino di cui è intrisa, per la capacità di proiettare il lettore, nel giro di due righe, in un’epoca lontana e che non è più. Un romanzo al femminile, nel senso che femmina è l’autrice, femmine sono le due protagoniste, Alessandra e Teresa, e femmina è la battaglia che tutte combattono. Ma la Cutrfelli, ben lontana dal ridurre il suo romanzo a un manifesto femminista, inserisce anche una voce maschile: è quella di Adelmo, giovane giornalista, che è alle prime armi e si dà molto da fare perché la gavetta è dura, segue il caso delle “maestrine” e, soprattutto, segue Alessandra... Un romanzo forte e delicato, dolce e amaro. Da leggere in un fiato.



 

 

 

 
 
 
 

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