Il grande nulla

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Notte di capodanno nella stazione di West Hollywood. Il 1950 comincia male per l’agente Danny Upshaw. Una raffica di appelli gli ha appena fatto predire che il prossimo sarà un decennio di merda, quando arriva l’ennesima chiamata urgente. Accorso sul posto trova il peggior cadavere che abbia mai visto: un uomo nudo, con mutilazioni sessuali e ferite che hanno strappato brandelli di carne. Quel caso non rientra nella sua giurisdizione, però Upshaw lo vuole a tutti i costi e non intende mollarlo. Le prime piste fanno pensare a una storia di omosessuali, ipotesi confermata da altri due morti a breve distanza di tempo, anche questi nudi e ripetutamente sfregiati, disposti in una posizione analogicamente numerica e inequivocabilmente ambigua. Ma non è destino che l’agente Upshaw possa dedicarsi a tempo pieno al triplo omicidio che gli sta tanto a cuore perché gli viene fatta un’offerta di quelle che non si possono rifiutare: proseguire le indagini a patto di infiltrarsi negli ambienti comunisti di Hollywood per tirare fuori una lista di delatori disposti a fare nomi da trascinare davanti al Gran Giurì. Dietro la faccenda ci sono Ellis Loew, capo della sezione criminale dell’ufficio del procuratore distrettuale, e Howard Hughes, l’eccentrico milionario e produttore cinematografico. A fare il lavoro sporco, oltre a Danny, saranno Mal Considine e Buzz Meeks. Entrambi se ne fregano della minaccia rossa, ma Mal ha bisogno di una promozione per ottenere l’affidamento del figlio e Buzz, portaborse e ruffiano di Hughes, ha bisogno di soldi per coronare il suo sogno d’amore con la ragazza Va Va Voom che ha appena soffiato a Mickey Cohen, uno dei boss del racket degli stupefacenti. Così i tre crociati portano avanti la loro ingloriosa missione, procedendo sul filo del rasoio in una città marcia al peggio di sé...

Siamo al secondo capitolo della tetralogia di Los Angeles iniziata con Dalia Nera e James Ellroy è duro e cupo anche più del solito. Con un linguaggio tagliente come una lama e ricco di toni come la voce di un sax mescola il gran lupanare hollywoodiano e la corruzione della polizia, la delirante ipocrisia della caccia alle streghe e la follia omicida. In un caleidoscopio al nero sfumano le impressioni sensoriali del puzzo stantio di mille sigarette, del sapore bruciante dell’alcol torcibudella, degli umori di un sesso malsano. È in quest’atmosfera tossica che Danny, Mal e Buzz incrociano il proprio destino percorrendo le strade di uno degli avamposti dell’inferno americano, la mitica L.A. sinonimo di cinema, crimine e degrado morale. Come tutti i protagonisti di Ellroy, anche loro camminano vacillanti lungo la linea d’ombra che separa il bene dal male, non completamente perduti ma con le loro brave macchie sulla coscienza: in fondo è così che sono gli uomini. L’intreccio debordante sovrappone finzione e storia andando a toccare il tasto dolente dell’isteria collettiva che nell’America negli anni Cinquanta demonizzò il pericolo sovietico. Sono i soli momenti in cui Ellroy sfiora l’ironia, visto che è evidente agli stessi poliziotti quanto poco potessero essere dannosi alla sicurezza nazionale quegli attori e la loro coorte di amici e protetti: gente verbosa, viziosa, velleitaria e più interessata alla copula che alla politica. Com’era prevedibile, alla fine i conti non tornano, i cattivi non perdono, la giustizia non trionfa, il pessimismo resta maledettamente dominante. Tutto lascia pensare che ci saranno altre orge, altri killer, altri misfatti, altri mafiosi che sottobanco stringono la mano ai potenti. E scorreranno altro sangue e altra disperazione a Los Angeles.



 

 

 

 
 
 
 

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