Il grande salto

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In principio c’era la discarica di Sidi Moumen, baraccopoli alla periferia di Casablanca. Le catapecchie le sono cresciute accanto, una alla volta, rattoppate e misere. La discarica è il centro dove un branco di ragazzini si ritrovano per cercare tra i rifiuti, ma soprattutto giocare a calcio, sfidando le bande di ragazzini altrettanto misere dei villaggi vicini in partite che finiscono sempre con liti e pestaggi. Oltre alla religione del calcio, ci sono i furti, lo sballo della colla, l’hashish e i lavoretti che qualcuno riesce a procurarsi per tirare a campare. Yashim, con in fratello maggiore Hamid, fa parte di un piccolo gruppo di sei amici. Ciascuno di essi ha un’esistenza disgraziata, vive come meglio può. Poi la vita sembra dare un’occasione a Yashim, quando il ragazzo trova lavoro in una piccola officina che aggiusta biciclette e motorini. La minuscola baracca che divide con i suoi amici diventa il punto di ritrovo della banda e poi c’è l’amore per l’amica Ghizlane. Ma è il giorno in cui Hamid presenta il fratello e i suoi amici a Abou Zoubeïr che la vita dei ragazzi cambia radicalmente. L’uomo, carismatico leader fondamentalista, li accoglie con sé, regalando ai ragazzi l’illusione di una vita migliore per mezzo della disciplina e della religione. E con il fervore mistico cresce anche l’odio verso cristiani ed ebrei, colpevoli di condurre contro il loro popolo una lotta subdola. Combatterli, donando la propria vita e per mezzo della jihad, è la loro unica salvezza, perché è Dio stesso che lo chiede, promettendo in cambio il paradiso. La missione dei sei ragazzi è quindi chiara. E viene preparata minuziosamente con l’aiuto di Abou Zoubeïr…

Il 16 maggio 2003 la città di Casablanca viene scossa da dodici esplosioni, ad opera di altrettanti giovani kamikaze che si fecero saltare in aria in vari punti della città. Altri due attentatori vennero arrestati. Il libro di Mahi Binebine, ispirandosi a fatti realmente accaduti, ci cala in una sorta di inferno sulla terra, una baraccopoli che è anche un vivaio. I ragazzi che la abitano, consapevoli di avere un destino già segnato, sognano di giocare a calcio, ma trasformano il gioco in una guerra violenta. Non è una vera partita se non ci si picchia a sangue. La morte non è una sconosciuta, a Sidi Moumen si muore ogni giorno, e non fa paura. Anzi, è liberatoria e veicolo per un posto migliore lontano da lì. Il piccolo Yashim è già morto quando ci racconta la sua storia. Deluso, impotente, guarda la vita dei suoi genitori e di chi è rimasto a vivere nella baraccopoli. Vagando nei suoi ricordi, ci racconta la trappola illusoria dentro la quale è caduto. Tra le righe ci fa capire che non è lì dove avrebbe dovuto essere e che la promessa non è stata mantenuta. Ci spiega, in un finale terribile e orrendamente attuale, che nel momento decisivo ha tirato la cordicella e innescato il detonatore suo malgrado, senza una precisa volontà, vittima e carnefice allo stesso tempo. Un libro a suo modo forte, doloroso e che però ci aiuta a capire un po’ di più il funzionamento spietato di questa macchina di morte, che recluta gli esclusi, li illude e li manda a morire con la falsa promessa di un posto in paradiso.



 

 

 

 
 
 
 

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