Il grande sonno

Il grande sonno
La magione degli Sternwood trasuda ricchezza. È stato il vecchio Generale a convocare il detective Marlowe. Chissà quale incarico scomodo ha intenzione di affidargli. A Marlowe, del resto, non importa più di tanto, ne ha viste talmente tante… Giusto il tempo di scambiare due vacue parole con la svampita e attraente figlia minore del generale, Carmen, che il maggiordomo, un uomo sulla sessantina dall’aria austera, gli comunica che Mr. Sternwood lo sta aspettando…
Chissà se nel 1939, anno di pubblicazione de Il grande sonno, Raymond Chandler, scrittore squattrinato di pulp fiction, avrebbe mai immaginato che la creatura più fortunata uscita dalla sua penna, il detective Philip Marlowe, sarebbe divenuto una vera e propria icona del genere poliziesco. Chissà se nel 1939 Raymond Chandler avrebbe mai solo potuto sognare un volto carismatico ed espressivo come quello di Humphrey Bogart per rappresentare su celluloide il suo detective. Probabilmente la risposta è no a entrambi i quesiti. Tuttavia la realtà racconta il contrario e oggi, a distanza di quasi ottant’anni da questo esordio letterario, Marlowe incarna ancora meglio di chiunque altro la figura dell’investigatore brillante e tormentato, con la battuta tagliente e il cuore parzialmente avvelenato dal cinismo di chi ne ha viste troppe per non rifugiarsi di tanto in tanto in un bicchiere di whisky. Eppure, quello che ormai è diventato uno stereotipo, all’epoca rappresentava una vera e propria novità. Il giallo era appannaggio di personaggi integerrimi e dai tratti caricaturali come il buffo Poirot della Christie o il goloso Nero Wolfe di Stout; non c’era spazio per i conflitti interiori i quali sembravano prerogativa esclusiva di un vero e proprio predicatore nel deserto del giallo, tale Dashiell Hammett, raro esempio di comunista statunitense con un’inclinazione killer per il plot e le atmosfere noir. In Chandler scattò immediatamente la scintilla e fu talmente catturato dalla prosa asciutta e dalle ambientazioni decadenti descritte da quest’ ultimo da sentire il bisogno di criticare aspramente tutta la tradizione giallistica antecedente e contemporanea. Si stava assistendo alla nascita di un nuovo genere, l’hard-boiled, caratterizzato da ambientazioni cupe, vicende torbide e pericoli assortiti. Il grande sonno rappresenta meglio di qualsiasi altro romanzo il perfezionamento di questo genere. Una storia cupa ambientata in una Los Angeles ricca e brumosa, popolata di contrabbandieri, giocatori d’azzardo e delinquenti di ogni risma ma anche di benestanti e pericolose femme fatale, pronte a sedurre e colpire. Marlowe si muove sicuro in questa melma ma, a differenza delle altre icone del giallo, non è una voce fuori dal coro destinata semplicemente a fare chiarezza sul mistero di turno, egli è perfettamente armonizzato al contesto; è trasandato, burbero e quasi mai sobrio ma, nonostante ciò, conserva i tratti tipici del detective del giallo tradizionale: acume, risolutezza e rettitudine morale. Facendo propria la lezione di Hammett, Chandler dipana l’indagine servendosi di uno stile scarno e tagliente, ricorrendo spesso a dialoghi incalzanti e a brucianti riflessioni interiori del narratore-protagonista che descrive con rassegnata combattività una realtà amara ma per la quale vale ancora la pena lottare.

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