Il grimorio di Baker Street

Il grimorio di Baker Street
Non è un fatto fuori dall’ordinario che al 221/B di Baker Street arrivi una lettera in cui si chiede a Sherlock Holmes di far luce su una serie di incidenti inquietanti verificatisi in una tenuta nella campagna del Warwickshire. Lo strano è che nelle sue indagini Holmes sia affiancato da Flaxman Low, noto detective psichico, di norma interpellato per dilemmi che vanno oltre la percezione dei cinque sensi. Altrettanto singolare è che, quando viene chiamato all’abbazia di Grantchester per svelare le ragioni della catalessi in cui è caduto il professor Westen, Holmes si ritrovi gomito a gomito con Thomas Carnacki, altro detective dell’occulto, e che insieme vengano a capo di un tipico esempio di poltergeist. Volente o nolente, il maestro dell’investigazione deduttiva questa volta deve confrontarsi con cose dell’altro mondo: voci dall’oltretomba che gli suggeriscono la pista per smascherare assassini sfuggitigli anni prima, quadri maledetti che uccidono in modo orribile chi ne entra in possesso. Nemmeno in vecchiaia il soprannaturale sembra lasciarlo in pace. Lo incontriamo negli anni Quaranta, ormai centenario, a Los Angeles, dove era stato trasferito in gran segreto per evitare che i nazisti potessero catturarlo. E lì, nella Città degli Angeli, in una casa per anziani, va a cercarlo un private eye molto stile hard-boiled. Il motivo? Ha sparato a un uomo tre colpi mortali, ma quello si è rialzato e se ne è andato come se niente fosse. Tenendo conto che quella specie di cadavere è tornato a fargli visita con gli occhi incandescenti e il fiato che puzzava di carne putrefatta, il novello Marlowe ha deciso di fare appello agli insuperabili neuroni di Sherlock. Il quale, anche se con le giunture arrugginite, non esita a scendere in campo per affrontare uno degli avversari più pericolosi della sua carriera: un conte dai canini molto aguzzi...
É nota l’affermazione con cui Sherlock Holmes, ne “L’avventura del vampiro del Sussex”, liquida tutto ciò che abbia a che spartire con il prodigioso: “Abbiamo già abbastanza da fare con la nostra realtà senza che a questo aggiungiamo anche i problemi riguardanti i fantasmi”. Ma, quando non rimane altra spiegazione, anche la sua intelligenza eminentemente positivista è costretta a venire a patti con le entità sovrumane. D’altra parte, questo è coerente con l’altrettanto nota convinzione espressa all’amico Watson ne Il segno dei quattro: «Una volta eliminato l'impossibile, qualsiasi cosa resti, per quanto improbabile, deve essere la verità». E la verità potrebbe anche trascendere le leggi della natura e della fisica... Ecco allora che, come una sorta di nemesi, undici racconti scritti da appassionati ed esperti holmesiani e introdotti dalle Variazioni in Holmes di Enzo Verrengia mettono il genio di Baker Street di fronte alle manifestazioni più sinistre (salvo l’ultima storia, uno spin-off che ha per protagonista solo il diabolico Moriarty). Quanto se la godrebbe Arthur Conan Doyle a leggere questi apocrifi, lui che in barba al razionalismo della sua creatura più famosa faceva parte di circoli spiritisti e aveva persino preso per buone certe fotografie di presunte fate, pronunciandosi in merito sulle pagine dello Strand Magazine. Vedere il Gran Detective che mette da parte il proprio algido raziocinio per fare i conti con l’assurdo sarebbe per lui una piccola rivincita. Eppure, in queste atmosfere gotiche, tra revenant e infestazioni maligne, Holmes non ci sta affatto male. La Londra in cui si muoveva in origine era pur sempre quella nebbiosamente minacciosa di Jack lo Squartatore, del dottor Jekyll e di Dorian Gray. Senza contare che alle suggestioni paurose ci aveva già abituati lo stesso Sir Arthur ne Il mastino dei Baskerville, tenendoci sulla corda un bel po’ prima di svelare che il mostro al centro del romanzo non è altro che un povero cane over size imbottito di fosforo. Giocando con citazioni, riferimenti, rimandi, e lavorando di fino con l’ironia, l’ingegnosità degli autori fa rivivere Holmes e l’inseparabile Watson collocandoli nel terreno inusitato del paranormale, ma non tradendo mai l’essenza del Canone di Conan Doyle. Rincontrare il miglior consulente investigativo mai esistito, con la sua pipa ammorbante e l’intelletto affilato come un rasoio, è sempre un piacere. Ben venga dunque questo originale grimorio – o libro magico che dir si voglia – che lo rievoca nel modo più inaspettato, intaccando la corazza del suo scetticismo verso l’irrazionale con l’inconfutabile evidenza dei più tenebrosi misteri. Ben tornato, Sherlock. Anzi, benvenuto nell’orrore.

 

 

 

 
 
 
 
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