Il guardiano dei morti

Il guardiano dei morti
Mimino porta i morti. Li porta dalle loro case fin lì, nel piccolo cimitero dove lavora. Due stanze maleodoranti di candeggina e due letti di marmo con due sedie per parte, per i parenti che vegliano il morto. In genere quando c’è un cadavere Mimino se ne sta sull'uscio o all'esterno ad accarezzare il cane orbo del cimitero. Poi quando è ora rientra, fa uscire i parenti e chiude la bara con la lastra di stagno. L'uomo steso sul marmo oggi è uno di quelli che non ti aspetti. Quarantotto anni, proprietario di una rivendita di auto. Mimino gli sfiora un dito, poi lo spoglia. Ha un bacino possente quell'uomo, non come il suo che è talmente gracile da riuscire ad entrare nella sua mano aperta. Mimino ci butta la faccia dentro a quel corpo accogliente e freddo, e per un po' rimane in silenzio così, a pensare che di lì a poco arriveranno i parenti a portarglielo via. Vive solo con la madre Mimino, dopo che il padre è morto. E anche questa mattina l'ha sentita gridare, ma ha fatto finta di non sentirla. È malata di elefantiasi e a stento riesce a voltarsi nel letto. Infatti quando rincasa la puzza di urina lo investe. Se l'è fatta addosso e non c'era neanche la signora albanese per cambiarla. La donna sente la porta richiudersi e comincia ad urlare: «Cane» e «Vieni qui che ti sistemo io» all'indirizzo del figlio che tira fuori dal frigo due uova e comincia a prepararsi la cena...
Dopo Io non sono esterno, opera prima di Giuseppe Merico, era difficile aspettarsi qualcosa di più crudo e doloroso. E invece lo scrittore brindisino è riuscito a superarsi sbattendoci in faccia un romanzo indigesto e amaro come la cicuta. Ancora il sud, ancora rapporti genitoriali irrisolti e dolenti. Mimino il becchino infatti è uno di quei personaggi che ti penetrano intramuscolo e non ti mollano più. Un uomo misero più che miserabile, incompiuto, che definire perdente sarebbe un eufemismo. E questo non tanto per le macabre pratiche di profanazione dei defunti che dovrebbe semplicemente custodire fino a sepoltura, ma proprio per l'incapacità di riuscire – nonostante i ripetuti e orgogliosi sforzi di dare una direzione meno fallimentare alla sua vita – a compiere se stesso in un'esistenza che non sia strisciata e molle come quella delle lumache, ma un tantino più eretta e vigorosa. Eppure sarà lui l'unico a volersi prendere cura di Mirko, il bimbo down figlio del custode del cimitero morto in circostanze misteriose, lui l'unico a caricarsi sulle spalle la malattia della madre, lui l'unico a desiderare da Carmela qualcosa di più del suo semplice corpo, lui addirittura a sfidare la malavita locale. Tutti tentativi che non fanno che acuire il senso d'impotenza e impudica malinconia che ti accompagna tra le pieghe infette del romanzo, scritto da Merico in maniera semplicemente perfetta, in levare, senza mai concedere allo stile il facile salto verso un pulp d'effetto o una prosa ricca di scintillanti sfumature di nero. Merico è asciutto e secco nei tempi come un metronomo, lucido e affilato nelle descrizioni che per potenza e forza evocano la prosa del conterraneo Argentina (sopratutto quello di MAS). Uno scrittore capace come pochi di toccare le corde più nere e intimamente dolorose dell'animo umano.

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