Il lavoro culturale

Il lavoro culturale
Tra campi rigogliosi e il verde della natura, proprio lungo il confine tracciato dalla statale che collega Livorno a Roma, gli abitanti di una piccola cittadina di provincia sono divisi più che mai riguardo alle origini del proprio paese. C’è chi lo vorrebbe di origini medievali, chi invece sostiene che la sua fondazione sia dipesa dagli etruschi - questo popolo magico di cui non s’è mai ben capita la provenienza: autoctono o arrivato via mare dall’Asia? - c’è chi infine, stufo di queste diatribe, ha deciso di ribattezzare la propria città Kansas City, in onore dei militari americani che hanno aiutato l’Italia a sconfiggere l’oppressione fascista. Tra questi giovani di Kansas City, tornati a casa dopo esser partiti per il fronte a combattere con sprovveduti contadini la guerra dei signori, ci sono Luciano e Marcello, due fratelli uniti dalla stessa sensibilità d’animo ma divisi dalle proprie passioni: lì dove il primo eccelle per meriti sportivi e prestanza fisica, il secondo lo supera per successi scolastici. E così sarà proprio il povero Marcello, animato dal fervore culturale e influenzato dalla classe intellettuale, a trascinare l’ignaro Luciano in attività di lettura collettiva, organizzazione di cineforum, lotte di classe e molto altro ancora, eventi che lasceranno immutato il livello culturale di Kansas City, ma che in compenso sommergeranno di debiti la vita di Marcello...
Scritto nel 1957, Il lavoro culturale rappresenta il romanzo d’apertura della celebre trilogia della rabbia composta da Bianciardi - proseguita con L’integrazione nel 1960 e conclusasi con il fortunato e bellissimo La vita agra nel 1962. A differenza degli altri testi della trilogia, in questo libro l’autore non impersona direttamente la figura dello sfortunato intellettuale costretto alla rovina in base alle proprie precarie scelte di vita, ma preferisce narrare la vicenda indossando i panni più comodi del fratello sportivo e pragmatico, addossando però su Marcello tutte le catastrofi lavorative passate realmente da Bianciardi - anch’egli fu infatti docente e bibliotecario in quel di Grosseto, prima di trasferirsi a Milano e iniziare qui il suo lavoro di redattore e traduttore per la nascente casa editrice Feltrinelli. Il lavoro culturale è quindi un toccante sguardo atto a ritrarre il passato provinciale di Luciano, all’epoca della stesura già emigrato nella grigia metropoli lombarda e pronto ad esibire tutto il proprio disprezzo nei confronti di una classe di intellettuali rammolliti e buoni solo ad alzare polvere. Grazie a questo testo che armonizza perfettamente ironia e rimpianto, scopriamo nell’esordio letterario di Bianciardi tutte le tematiche e lo stile che hanno contribuito a renderlo celebre e che, purtroppo, l’hanno portato all’autodistruzione - consumato dall’alcol all’età di quarantanove anni.

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