Il libretto viola e altri scritti

Il libretto viola e altri scritti
Francesca si è trasferita a Torre Pelice, dove sorge una comunità di Valdesi. Fuori dalla grande casa che abita insieme al marito Vincenzo, c’è un giardino. Cesca, così la chiamavano ai tempi del Liceo, non si è mai interessata ai fiori, ma in quel luogo speciale, qualcosa cambia. Inizia ad appassionarsi all’arte del giardinaggio, che diventa uno specchio della sua vita, spesa a spazzare, districare, potare, travasare, dare un ordine alle cose. Proprio ispirandosi alle piante, prendendosene cura ed estirpando le erbacce, Francesca ripercorre a ritroso le stagioni della sua esistenza: lutti e gioie le riappaiono vividi, come i tanti volti di cui è stata amica, la sua famiglia importante, militante nelle liste del PCI, la rivelazione della psicoanalisi, la ricchezza della fede valdese, che ha abbracciato pur rifiutando il battesimo per pudore verso il padre ateo e la madre ebrea, l’insegnamento nelle Scuole Superiori e l’incontro con i giovani, la perdita della figlia e una nostalgia mai sopita, le donne e il suo particolare femminismo, la politica come impegno civile e coerenza a un’idea pulita di sé, della società… 
Sono i ricordi a fluire copiosi in questo preciso momento, che è il tempo delle somme, quello in cui capita a tutti un tratto ritrovarsi. Per Francesca Spano è però parecchio di più; un testamento ideale di ciò che è stata e una promessa infranta alla letteratura, di cui è riuscita a farci sfiorare la bellezza in un canovaccio, prima che la morte improvvisa la cogliesse. Sin dalla prosa intitolata “A flowery stream of Memories” ci possiamo rendere conto del valore non solo autobiografico contenuto nei testi, ma anche dell’aspetto estetico che infarcisce le riflessioni di questa donna singolare, avvezza a un uso quasi lirico della lingua. Non a caso, ne Il libretto viola e altri scritti, sono presenti alcuni versi, come quelli dedicati alla madre Nadia Gallico Spano (“Dopo la telefonata”) e sparsi frammenti poetici dal carattere gozzaniano personalizzato dallo stile dell’autrice, piuttosto che reminescenze montaliane, ad accentuare il senso visivo ed emotivo delle memorie appuntate. Ogni cosa è qui provvisoria, almeno in apparenza: Francesca sparge queste divagazioni della mente e del cuore sul suo PC. I titoli stessi con cui apre i suoi scritti sono in discussione (“Lavorare a maglia” più degli altri: Francesca chiede persino consiglio agli amici e vorrebbe usare per quel racconto la metafora del viaggio.) La villa di Torre Pelice è in fondo un porto non definitivo, dopo l’infinità di traslochi da Cagliari, Roma, Agape, che hanno segnato per lei tanti inizi e tanti epiloghi… I pensieri sembrano materializzarsi come epifanie dell’intelletto, verità ruminate con la pazienza e l’esperienza della maturità raggiunta, e per altrettanti motivi risultano passibili di ulteriori rifiniture, da inventare e plasmare, complice quel domani, che per Francesca si annullerà prestissimo. Nel coraggio della diversità, nella forza delle passioni, mi piace fermare l’ansia di vita di questa donna, animata da grandi sentimenti per la politica, la fede, l’amore, cui ha saputo guardare sempre in faccia, a pari misura, mai dall’alto, mai dal basso. Come se la Storia avesse proseguito il suo corso stravolgendo omnia res, fuorché l’onestà di Francesca, che evidentemente è abbagliante - e oscura il resto -, proprio perché straordinaria. Un’onestà che si riverbera in quello che è stato il suo agire privato come il suo agire pubblico; perché l’etica, l’aspirazione alla giustizia, la solidarietà, il rispetto per la democrazia non sono questioni che vanno prese separatamente. Ecco, questo concetto, così naturale, così elementare, di pubblico e privato in armonia di intenti e di azioni, mi pare, a maggior ragione oggi, il fulcro che esplode dal libro, quasi a volere inconsapevolmente risvegliare tante coscienze rattrappite dagli abusi e dai devianti usi cui si costringe l’intelligenza. Ma chi era Francesca Spano? Francesca Spano era una donna capace di includere in sé diverse anime, grazie all’indipendenza della sua ratio, grazie alla rettitudine del suo essere. Nacque a Cagliari nel 1950 e, a causa dell’attività politica dei genitori, entrambi comunisti, crebbe tra federazioni di Partito e battaglie sindacali. Nel 1953 si trasferì a Roma con la famiglia. Orfana di padre a soli quattordici anni, frequentò il liceo scientifico e si accostò alla politica nel 1968. Nel frattempo la sua vita seguì il percorso anche religioso. Si avvicinò alla comunità valdese e iniziò a frequentare il Centro Ecumenico di Agape. La laurea avvenne nel 1974 con una tesi di storia. Da Pinerolo, Francesca si trasferì ad Agape, dove svolse la professione d’insegnante di Lettere, e si occupò della comunità valdese, della lotta sindacale e del femminismo. Nel 1998, dopo diverse intense relazioni, si sposò con Vincenzo, ex militante di Lotta Continua e intraprese una terapia analitica. Con la divisione del PCI nella “svolta” della Bolognina, si iscrisse a Rifondazione Comunista e venne eletta al Consiglio Comunale. Dal 1988 al 1995 diresse “Gioventù Evangelica”, rivista della Federazione Gioventù Evangelica Italiana e completò diversi saggi. Nel 2003 andò a vivere a Torre Pollice, dove morì nel 2007. In questo arco temporale nacquero i brani raccolti nel preziosissimo volumetto appena presentato: vincoli floreali - e non solo - della memoria, ripercorsi come testimonianze di un destino. Che sa d’antico, come i valori che porta con sé.

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