Il libro che non volevo scrivere

Il libro che non volevo scrivere

Ascoltare il rock significa far parte di una famiglia. Basta un’occhiata per riconoscere altri adolescenti scarmigliati e arrabbiati, quelli per cui il rock altro non è che “la porta d’accesso a mondi invisibili, rivelatore delle volute dell’anima, fermento dell’immaginazione”. Erwan fa parte di loro, di questi ragazzi affascinati da questa musica ruvida e rabbiosa. A questa passione si aggiunge quella per le parole: libri divorati e il fuoco della scrittura che piano piano divampa. Trascorrono gli anni ma quelle passioni ci sono ancora, intatte e forti. Della scrittura Erwan ha fatto anche un lavoro, con la musica ci ha provato per un po’, nella discografia, per poi scegliere un’altra strada. È nel 2008 che scopre gli Eagles of Death Metal: una sera, in un teatro parigino, “un pezzo boogie rock un po’ sporco che esce dagli altoparlanti” gli fa drizzare le orecchie, chiede informazioni al tecnico del suono, viene a conoscenza di questo gruppo statunitense. Se ne innamora letteralmente e li segue negli anni nelle loro tournèe europee. E così decide di fare anche il 13 novembre 2015, data del loro concerto al locale parigino Bataclan. Lo stesso giorno la mattina alle 9,29 Erwan scrive sul suo profilo Facebook: “Stasera al Bataclan berremo birra cattiva, pogheremo urlando ‘I really wanna be in L.A.’, canteremo le lodi del cattivo gusto e del buon rock e io indosserò i miei santiago”. E questo è in effetti il suo programma per la serata. Così, parcheggia la sua auto di fronte al teatro, si fuma una sigaretta e entra. Ripercorrerà quel breve lasso di tempo mille e mille altre volte nella sua testa chiedendosi se avrebbe potuto fare qualcosa di diverso, guardarsi attorno e magari notare strani movimenti. Ma mai ne caverà qualcosa, mai gli sovverrà alla memoria qualcosa di atipico o anormale. Tutto è così regolare quella sera. Prova sensazioni familiari in quel locale, ascoltando quel gruppo che segue e apprezza da così tanto tempo. Ma non c’è niente di normale da un certo momento in poi. Ci sono solo sangue, urla e terrore. C’è una storia che non avrebbe mai voluto raccontare anche se invece…

Il 13 novembre del 2015 Parigi è sotto attacco, terroristi collegati allo Stato islamico sparano all’impazzata e si fanno esplodere per strada, vicino a bar, ristoranti. Al teatro Bataclan di Parigi, durante l’esibizione del gruppo rock americano Eagles of Death Metal, fa irruzione un commando, al grido di “Allah è grande” e comincia a sparare sul pubblico.  È l’orrore più totale. C’è chi cerca di scappare disperatamente, ci sono cadaveri, corpi feriti e sanguinanti; 100 persone sono prese in ostaggio. Solo dopo tre ore le forze speciali riescono a entrare dentro il Bataclan, tre attentatori si fanno esplodere, le vittime sono tantissime, il conto definitivo di qualche giorno dopo rivelerà il numero, 89 - 130 in totale in tutta la città. I superstiti vengono fatti evacuare dal locale e soccorsi. Tra di loro c’è lo scrittore Erwan Larher, classe 1970, originario di Clermond Ferrand, un trascorso nell’industria musicale prima di dedicarsi alla letteratura. È stato colpito alla schiena, è ferito ma è vivo. Dovrà sopportare una lunga degenza e la paura di non recuperare la normalità. Ma soprattutto dovrà affrontare il ricordo di quella strage terribile, portarsi dietro le immagini strazianti di quello che nell’immaginario collettivo verrà ricordato come un attacco al cuore dell’Europa, alla generazione Erasmus, alla gioventù e alla sua voglia di vivere, alla libertà e alla musica. Sono in molti a invitarlo a raccontare, a scrivere di tutto ciò. È il suo lavoro, d’altronde. Ma Erwan non vuole, forse neppure si sente in grado e per un anno intero rifiuta perfino interviste e dichiarazioni pubbliche. Preferisce non aggiungere la sua “quota di vittimismo all’oceano emozionale sul quale navigano i media della società dello spettacolo”. Ma dopo tempo cede, o forse sono le parole a prendere il sopravvento, a uscire quasi con prepotenza dalla sua creatività. “Il libro, questo libro comincia a scriversi. Senza di te. Da allora gli corri dietro. Per dominarlo, addomesticarlo. E senza sosta fugge via”. È “Il libro che non volevo scrivere”, un volume in cui si alternano ricordi autobiografici e testimonianze di amici e familiari, persone a lui vicine che quella notte hanno vissuto tutta l’angoscia di quelle ore, la paura di non rivederlo più e infine il sollievo di scoprirlo ancora vivo. È una lettura che fa male – e chi di noi d’altro canto non è stato male quella maledetta notte di novembre del 2015, chi non è stato attaccato alla televisione straziato a seguire con terrore l’evolversi drammatico di quelle ore, chi da tutto questo non è rimasto sopraffatto –, ma che affronta la tragedia sotto ogni aspetto. Quello più intimo e personale, quello del dolore degli altri. La paura dei singoli, la paura di una comunità. La paura di Erwan di non poter più tornare a fare la vita di prima, la paura del padre, dell’amante, dell’amico, di averlo perso per sempre, i rimpianti in nuce poi dissolti con la consapevolezza di averlo ancora. Non è semplice dare una forma letteraria a una strage così terribile come quella del Bataclan; Erwan Larher ci riesce e ci regala un testo drammatico e dissacrante, pieno di umane contraddizioni, di storie di vita vissuta, cicatrici del corpo e dell’anima, che difficilmente potranno essere cancellate.



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