Il libro dei Baltimore

Il libro dei Baltimore
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Mi chiamo Marcus Goldman e sono un giovane scrittore di successo. Non posso lamentarmi della mia vita, sebbene di tanto in tanto mi capiti di pensare alle mie frustrazioni giovanili, quando facevo parte dei Goldman di Montclair e non dei Goldman di Baltimore. Ora sorrido, perché la storia che sto per raccontarvi ha dell’inverosimile, ma da ragazzo maledicevo di essere stato assegnato al ramo della famiglia sbagliato. Non si trattava di una questione di soldi, anche se agli occhi dei nonni c’era una bella differenza tra noi che vivevamo in un piccolo appartamento nel New Jersey e gli altri, che potevano permettersi una villa ad Oak Park. Si trattava più che altro di una questione di appartenenza. I Baltimore, belli, ricchi e di successo, avevano un figlio di nome Hillel, smilzo e oggetto di bullismo a scuola, e una sorta di figlio adottivo chiamato Woody, aitante, generoso e dal temperamento sanguigno. Con loro formavamo la Gang dei Goldman, eravamo inseparabili e trascorrevamo insieme le vacanze. Era al termine di questi periodi d’oro che il mio essere un Montclair iniziava davvero a pesarmi: Hillel e Woody continuavano a vivere in quel paradiso e crescere insieme, mentre io dovevo tornare alla realtà dell’appartamentino in New Jersey, senza veri amici e con una vita quantomeno noiosa. Per non parlare poi di Alexandra Neville, bella e irraggiungibile…

Il ritorno di Joel Dicker avviene a distanza di circa quattro anni dal successo planetario de La verità sul caso Harry Quebert, clamoroso bestseller che è riuscito in un colpo solo a essere sia un giallo folgorante sia un buon romanzo di formazione. L’autore svizzero qui mischia le carte e chi si attendeva un altro mystery dalle tinte noir rimarrà senz’altro deluso da questo Il libro dei Baltimore, vera e propria saga familiare più vicina a Thomas Mann o a Donna Tartt che alle atmosfere da Twin Peaks del suo predecessore. Dicker però, avendo ben chiari i meccanismi del successo di pubblico, sta attento a non stravolgere troppo l’impianto narrativo e anche qui racconta, tramite il fortunato personaggio di Marcus Goldman (bentornato!), una storia in bilico tra presente e passato, con una misteriosa tragedia sullo sfondo che funge da appetitosa esca per lettori più o meno voraci. Il risultato è, anche in questo caso, soddisfacente e, sebbene inevitabilmente meno coinvolgente di Harry Quebert sul piano della trama, si registrano sensibili progressi sul piano stilistico per un autore che, non dimentichiamolo, ha da poco varcato la soglia dei trenta ed ha ancora ampi margini di miglioramento. Il suo punto di forza probabilmente sta nel non saper eccellere in nulla ma nel saper raccontare tutto nel modo giusto. I personaggi, le trame, le ambientazioni e le tematiche di Dicker non sono eccezionali né particolarmente originali, ma il giovane ginevrino è in grado di mantenere uno standard qualitativo buono in tutti questi aspetti, riuscendo a padroneggiarli sapientemente e ad arrivare pertanto a una somma totale di intrattenimento e capacità narrativa decisamente più alta di tanti altri suoi colleghi. Se continuerà su questo trend ne vedremo delle belle.



 

 

 

 
 
 
 

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