Il libro dell’ignoto

Il libro dell’ignoto
C’era una volta la figlia di un rabbino famoso per la sua saggezza. Si chiamava Chaya e aveva la stessa fulgida intelligenza del padre. Eppure, con tutta la sua sapienza Chaya era finita in moglie ad Alef l’idiota, un pescatore che persino le carpe sorpassavano in astuzia. Di giorno Chaya si raggelava nel rimproverargli la sua infinita stoltezza, la sera si scioglieva dal desiderio di essere stretta fa le sue braccia. Alef, che invece la adorava ad ogni ora con la stessa intensità, per imparare a renderla felice si era rivolto a un vecchio dibbùk e in cambio dell’aiuto gli aveva ceduto la sua anima... C’era una volta Dalet, discendente da un’onorata schiatta di derubatori che si tramandavano la professione di generazione in generazione. Suo padre aveva svolto il suo mestiere per quarant’anni con grande abilità, rendendo pure un servigio sociale, dato che ogni città – pare – ha bisogno di un ladro. Dalet, invece, era un’autentica schiappa. Sottraeva oggetti di poco conto di cui gli altri potevano tranquillamente fare a meno e non si curavano di venire a riscattare. Persino gli anziani temevano che il suo comportamento potesse turbare l’ordine delle cose. Quando però aveva incontrato Riva, la figlia più giovane del panettiere, Dalet aveva capito due principi fondamentali: un buon predatore deve saper sottrarre quello che è più ambito, e l’amore non si può rubare perché deve essere donato... C’era una volta He, che da piccola era stata venduta a un circo da sua madre in cambio di un sacco di patate. Era così irrimediabilmente goffa che era stato impossibile insegnarle a fare il giocoliere, l’acrobata, il prestigiatore, o il mangiatore di spade. L’avevano messa in scena ugualmente e quando il pubblico l’aveva vista precipitare come un sasso dal trapezio dove era stata issata, era scoppiato a ridere di gusto. La gente ha bisogno di un buffone ridicolo che la consoli delle sue manchevolezze e He era diventata una clown di grande successo. Aveva un talento talmente comico che era riuscita persino a far sorridere un re triste, che l’aveva chiesta in sposa... E poi c’era una volta...
A questi dodici racconti di Jonathon Keats si addice il più classico degli incipit fiabeschi (anche se solo uno, “Vav la squaldrina”, comincia con queste precise parole). Delle favole hanno il sapore di un passato smarrito nella notte dei tempi, quando il sovrannaturale era assolutamente naturale. Come le favole scolpiscono in brevi metafore la bellezza e la spietatezza della vita, la durezza e la dolcezza dell’animo umano. E, sempre come le favole, parlano dell’amore nelle sue molteplici variazioni: la passione folle di un anziano studioso per il golem femminile che ha impastato dal fango con le sue mani; la dedizione reciproca di Mendel il fabbro e di Betzel l’angelo caduto, che sfidano i demoni e le schiere celesti pur di non venir divisi; il sentimento forte come una roccia di Yodal e di sua moglie Sissel, che quando si ritrovano dopo una lunga separazione trascorrono così tanti anni insieme da fondersi in una creatura sola; la compassione che spinge uomini e donne a stringersi intorno alla puttana del paese e al suo bambino, per impedire che i tutori della legge la mandino in esilio (con Bocca di rosa le comari di Sant’Ilario erano state meno clementi). Keats inserisce le sue storie in una cornice di falsa verità, facendole risalire al ritrovamento del segretissimo elenco dei trentasei giusti che, secondo il Talmùd, sono necessari in ogni epoca per legittimare l’esistenza dell’umanità nella mente di Dio. Persone apparentemente insignificanti, persino disdicevoli, ma che dimostrano come la santità sia qualcosa di quotidiano, di tanto elementare da sfuggire ai più finché non se ne vedono i benèfici effetti. L’universo di Keats trova il suo spazio geografico negli shtetl dell’Europa orientale trasfigurata in una dimensione irreale. Nel suo talento affabulatore, che attinge al folklore, alle credenze e ai riti segreti delle antiche comunità ebraiche, si sente l’influenza di Isaac B. Singer. Ma affiorano altre, disparate concordanze: il puro piacere di narrare con cui Karen Blixen costruiva i suoi arabeschi fantastici, la poeticità in bilico fra malinconia e crudeltà di esistere delle novelle di Oscar Wilde. Lo stile lirico del Libro dell’ignoto si apre a sprazzi di sarcasmo dissacrante, come si conviene a queste leggende che sovvertono l’etica e il perbenismo comuni finendo per seguire il solco della morale rivoluzionaria per eccellenza, quella del Discorso della Montagna. I poveri in spirito, i miti, i puri di cuore descritti da Keats, oltre che essere gli eredi di diritto del Regno dei Cieli, sono quelli che salvano il mondo terreno, non solo preservandolo dalla disgustata distruzione del Creatore, ma anche imprimendo, del tutto inconsapevolmente, salutari processi di trasformazione per l’intera comunità. “Non disprezzare nessuno e non ritenere nulla impossibile, poiché ogni uomo ha la sua ora e ogni cosa il suo posto”, recita la massima talmudica in apertura. Un insegnamento da meditare, declinato da Keats con una leggerezza e un’inventiva che sfiorano il sublime.

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