Il libro di Talbott

Il libro di Talbott
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Si tratta senza dubbio di una brava persona, o almeno così dicono tutti e tutto sommato sorprende vederlo alla stazione di polizia, col cappuccio della felpa tirato su e gli occhiali da soli inforcati neanche fosse Stevie Wonder. Per non essere udito da nessuno, si avvicina al sergente della reception e gli sussurra che a breve sarebbe successo qualcosa, probabilmente un reato. A quel punto il sergente gli chiede il documento e chiama qualcuno per raccogliere la soffiata. Seguono controlli di rito tramite i documenti e la classica domanda se il soggetto ha bevuto, è fatto o chissà cos’altro. Risposta negativa. A quel punto i poliziotti lo spiazzano, chiedendogli se è lì per le stragi che stanno per accadere. Sorpreso, il ragazzo domanda loro come facciano a saperlo ma la risposta viene sostituita da una canna di pistola puntata a pochi millimetri dal suo viso… Al Campus, il professor Brolly è conosciuto e apprezzato da tutti, con quel suo atteggiamento da fricchettone di Berkley fuori tempo massimo. Si avvicina a Rufus e Naylor, intenti a scavare nei pressi delle tubature sotterranee. Chiede loro cosa vogliano, con la sua coda di cavallo che pende dal suo cranio quasi calvo, pantaloni all’indiana tenuti su da una cordicella e sandali di cuoio. I due rispondono evasivi parlando di parcheggi sotterranei e migliorie al campus. Segue un rapido scambio di parole, giusto il tempo per i finti operai di accertarsi che quella è la persona da eliminare mentre Brolly , in bilico sul precipizio, sembra ora un semplice maiale da portare al macello… Nick si sveglia intontito come al solito e cerca di ricordare quanto accaduto la sera precedente. Sul cellulare un messaggio – “Ricompensa per chi offre informazioni” – lo convince a chiamare quel numero a lui ignoto. Neanche a dirlo, è un numero bloccato. Neanche a dirlo, il cellulare squilla una frazione di secondo dopo. La voce al telefono gli chiede se sa dove sia finita Shasta Sanchez ma Nick, mentendo, afferma di non saperne nulla. Le successive domande riguardano la polizia e si concludono sempre con ostinate negazioni da parte di Nick. A quel punto la voce all’altro capo del telefono si presenta come Talbott, uomo facoltoso e prodigo di ricompense in cambio di aiuti. Qualcosa si sta muovendo nel ventre molle dell’America…

Prima di addentrarmi nel commento alla nuova fatica di Chuck Palahniuk devo fare una considerazione personale. Palahniuk è stato per me, come per molti altri Millennials, autore di culto assoluto, mastermind dietro opere quali Fight Club, Invisible Monsters e Survivor, ma col passare degli anni mi sono accorto come la sua produzione iniziasse progressivamente a rarefarsi e a graffiare solamente a intermittenza (la graphic novel Fight Club 2), prigioniera di uno sperimentalismo ostinato e irritante (Pigmeo) e di un costante bisogno di ritornare alla trasgressività delle origini (Beautiful you). Nonostante ciò, quando mi sono imbattuto nella nuova fatica dell’autore di Portland, non ho potuto fare a meno di rimanere colpito dalla frase in quarta di copertina – “Accumula cibo, e il cibo andrà a male; accumula denaro, e marcirai tu; e se si accumula il potere, marcirà la nazione” – e dalla trama, mai così dentro l’attualità da tanti (troppi) anni a questa parte. Che sia il definitivo ritorno di Palahniuk? A volte, per far emergere gli autori serve anche la temperie culturale e sociale giusta, e il calderone dell’America di questi anni ’10 supera di gran lunga ogni previsione. Revanscismo bianco, suprematismo nero, dittature arcobaleno, sovrappopolazione, guerre, teorie del complotto, crociate contro il sapere e l’istruzione, milizie social justice e chi più ne ha più ne metta. Ecco cosa c’è ne Il libro di Talbott, parossistico e parodistico spaccato degli Stati Divisi d’America nell’anno del signore 2019. Palahniuk gioca per addizione, sputando fuori un romanzo corale confusionario e iperbolico, dai forti connotati postmodernisti, che al suo interno riesce a contenere tanto il meglio quanto il peggio della produzione dell’autore, tra citazioni affilate come rasoi, squilibrio narrativo, linguaggio esasperato ed esasperante, personaggi ora riusciti ora no, in un affresco distopico di difficile lettura che non può lasciare un giudizio univoco. Sicuramente qualcuno lo incenserà e qualcun altro lo stroncherà, ma la verità è che è davvero difficile tracciare una mediana su quest’opera. Se da una parte è infatti in linea con l’ultima, non brillante, produzione di Palahniuk, è altrettanto vero che si possono notare segnali di ripresa circa l’originalità della trama e nella capacità di leggere il presente e il futuro prossimo. Resta vivo però il rimpianto per ciò che Il libro di Talbott avrebbe potuto essere: un libro di culto per tempi di crisi.



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