Il lottatore di Sumo che non diventava grosso

Il lottatore di Sumo che non diventava grosso
Vivere di stenti e di espedienti a quindici anni, in una Tokio monodimensionale dove il flusso della quotidianità porta le persone a percorrere sempre le stesse traiettorie, non è affatto facile. Jun è poco più di un bambino, lungo, magro, sottile e solo, vende clandestinamente gadget erotici ai bordi dei marciapiedi. Costretto ad ingoiare l’ipocrisia e la rozzezza dei propri acquirenti, si troverà per di più a dover affrontare le apparenti e garbate molestie di Shominitsu, un anziano maestro di Sumo che tutti i giorni gli passa davanti esclamando:  “In te vedo un grosso”.  Ma Jun vive in una dimensione troppo selvaggia per comprendere da subito cosa egli volesse intendere;  se Shominitsu vedeva in lui un grosso, lui vedeva in Shominitsu un vecchio fastidioso, irritante, delirante, eppur imperturbabile nonostante i più disparati (e divertenti) insulti che egli stesso gli riserva. Ma poi, un po’ per disperazione, un po’ per curiosità repressa, un po’ per la consapevolezza della diversità di quel quieto uomo rispetto alla massa informe che solcava il “suo” marciapiede, si trascinerà quasi inconsapevolmente ad un torneo di Sumo.  Da lì a poco intraprenderà un entusiasmante viaggio nel mondo dei giganti, i mostri cominceranno ad apparirgli lottatori e i ciccioni gli sembreranno atleti. L’aridità lascerà il posto ad una spiritualità complessa; l’allergia al genere umano si trasformerà in un nuovo ed inedito senso di appartenenza. Shominitsu sarà il maieuta che gli permetterà di liberarsi dei fantasmi del passato, disvelando così una diretta proporzionalità tra l’acquisizione di massa corporea e la liberazione dal peso di un’infanzia negata…
Se non fosse narrato in prima persona, questo breve e piacevole romanzo di Schmitt sarebbe potuto cominciare con: “C’era  una volta…”. Sembra possedere infatti tutti i requisiti della favola metropolitana. Sebbene la lotta per la sopravvivenza di un ragazzino inibirebbe qualsiasi senso poetico, l’atmosfera è distesa e leggera, mai dimessa, proprio perché Jun, ironico, pungente e tenace, si narra come personaggio molto più maturo di quanto l’età non gli consenta. Lucido, fluente ed essenziale (forse anche troppo),  il testo potrà essere divorato; le pagine scorrono rapidamente; il linguaggio pulito, pacato e mai fuori dalle righe lascia nel lettore un senso di leggerezza. Una passeggiata narrativa fatta di equilibrio fiabesco e fluidi positivi, anche se non manca la sensazione che vi sia qualcosa di inespresso. Dopotutto, Schmitt ci accenna (soltanto) ad un mondo fatto di disciplina e spiritualità, del quale vengono forse nascoste le contraddizioni. Di qualche giorno fa è la notizia che il gran campione di Sumo di origine mongola Asashoryu (nel romanzo il punto di riferimento di Jun è un lottatore di nome Ashoryu) si sarebbe ritirato dopo il coinvolgimento in una rissa fuori da un nightclub… e c’è da scommettere che il nostro protagonista non l’avrebbe presa tanto bene.

 

 

 

 
 
 
 
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