Il lungo XX secolo

Il lungo XX secolo
Il capitalismo innesca dapprima un’espansione della produzione e del commercio, poi - quando questa raggiunge un suo primo limite critico (è il momento di una “crisi spia”, nella quale il capitale, già in gran parte investito, si riduce e rallenta l’accumulazione; la conseguenza è che il capitale residuo tende a rimanere in forma liquida, cercando opportunità d’investimento finanziarie anziché produttive) - avvia un’espansione finanziaria che rilancia temporaneamente la prima, finché si giunge a un secondo e definitivo limite, stavolta insostenibile, che dà luogo a una “riorganizzazione” del sistema capitalistico globale (“crisi”). Questo ciclicamente. Tali “cicli di accumulazione” vanno a braccetto con dei “cicli egemonici”, nei quali, a turno, un Paese politicamente (e militarmente) dominante si impone sulla scena internazionale come garante degli investimenti e dei profitti, oltre che del funzionamento stesso dei mercati (dal XV secolo ad oggi siamo passati da un’egemonia genovese-iberica a quella olandese del XVII, seguite da quella britannica del XVIII e da quella statunitense del XX). La storia si ripete, e ciclicamente, insomma; ma non torna mai uguale a prima, per cui nessuno può ancora dire con certezza quando e dove avverrà la prossima crisi, anche se si intravede già lo spostarsi dell’ago della bilancia...
In uno studio denso e non banale da seguire, Giovanni Arrighi (studioso di Economia Politica e docente di Sociologia alla Johns Hopkins University di Baltimora scomparso nel 2009, i cui libro sono tradotti in oltre quindici lingue) presenta un’opera di interpretazione del capitalismo contemporaneo a cavallo tra la sociologia, la politica, l’economia e la filosofia (Marx e Gramsci sono fondamentali nella sua trattazione, basata su una bibliografia imponente), rigoroso e attento, che sarebbe d’interesse “per le masse” se l’intrinseca difficoltà della materia trattata non lo rendesse consigliabile a chi abbia un minimo di familiarità con l’argomento. Pubblicato originariamente in inglese, il saggio è proposto qui nella traduzione di Mauro Di Meglio con la presentazione di Mario Pianta e un poscritto dell’autore del 2009.

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