Il lupo e la luna

Il lupo e la luna
Scipione Cicala nasce a Messina. La sua genia è quella dei razziatori e dei mercanti e questo lui diverrà, padrone dell’esercito ottomano. Giovanissimo, viene preso in ostaggio dai turchi assieme al padre. Quest’ultimo riuscirà a riscattarsi, ma mai più rivedrà il figlio. Scipione verrà condotto a Istanbul, costretto alla professione islamica e arruolato tra i Giannizzeri. Da qui inizierà la sua ascesa al potere, scalando prima i gradi e poi i favori dell’imperatore. Combatté ovunque, dalla Persia all’Ungheria e all’Italia. Sempre desideroso di farci ritorno, la sua vita maledetta lo allontana dagli affetti. Intanto si sposa e figlia, distrugge eserciti e dalle donne viene distrutto. Ammaliato da una bellissima spia, si innamora infine di Selene e la rapisce, rifugiandosi proprio in Sicilia. Ormai potente ammiraglio, terrore del Mediterraneo, sbarcherà a Messina per lo scontro finale con le forze spagnole. Ma prima vorrà festeggiare il ritorno a casa, celebrando per tre lunghi giorni la sua famiglia di rinnegati e convertiti, predatori armati solo del proprio orgoglio...
Cos’altro è Il lupo e la luna, se non un riuscito esempio di scrittura? Per chi divora la storia e i suoi personaggi, le biografie iperboliche di uomini straordinari che confinano con la finzione e l’impossibile, è innanzitutto un bel romanzo. Un miscuglio di eventi e incidenti cronologici, voluti con forza per raggiungere il degno finale che spetta ad un grande condottiero. La storia differisce dal racconto, quasi sempre. In realtà Scipione giunse sulle coste siculi in due occasioni: la prima, in veste di corsaro, imperversò sulle coste dello stretto senza che trovasse resistenza alcuna, in base a un oscuro patto tra gli spagnoli e i turchi sancito dall’incontro con il fratello Carlo. Fu una specie di azione di disturbo verso i francesi, un promemoria per ricordare chi fossero gli aventi diritto sul Mediterraneo. I rinforzi spagnoli non arrivarono mai e così la flotta del rinnegato nella città natale. Vi attraccò invece anni dopo, per rincontrare la famiglia e introdurvi il figlio Mahmud. Questi eventi sono parte del romanzo, ma vengono riuniti in uno solo, quello conclusivo. In seguito, Scipione continuò il suo sporco lavoro al soldo della Sublime Porta, divenendo sempre più incisivo nei rapporti con gli antagonisti commerciali (sebbene odiato, i veneziani ogni anno gli facevano dono di ingenti somme di denaro) e nella definizione dei confini dell’Impero. Morì fuggitivo, sconfitto dai Persiani e in balia del fallimento, suicida o di stenti. L’algida storia d’amore che va ad incastrarsi ai racconti di sangue e lealtà è, non a caso, il momento della lettura che dà meno soddisfazioni. Mortifica la statura del protagonista, alla fine dei conti un truce assassino schiavo del denaro e dei giochi di potere. Un uomo immeritevole di tanta beltà d’animo, ma degno dello stile arabesco di Buttafuoco, che come non mai sembra essere riuscito a sintetizzare il suo modo di raccontare il mondo. Catapultato dentro un museo, a braccetto con lo scheletro di un giannizzero, mentre parla con il diavolo guardando il mare di Sicilia.

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