Il maestro

Il maestro
Barletta, via dell’Industria. Fabbriche e magazzini, industrie manifatturiere fiorenti abbandonate al degrado dopo il trasferimento della produzione in altre nazioni. Cemento, cemento e asfalto.  Dal balcone del numero civico 93 il suono di un pianoforte rompe il silenzio, invade la calura soffocante di luglio. Francesco Lotoro, gli occhiali scuri in bilico sul naso, siede nella penombra del suo appartamento tra pile di cd, 45 giri, musicassette, quaderni a spirale. Uno dei due pianoforti è sommerso di spartiti disposti su strati sovrapposti, la parete in fondo è tappezzata di scaffali con scatole e scatole ammucchiate. Piene di spartiti anch’esse e contrassegnate da etichette con su scritto Berlino, Praga, Brno, Kropinski, Terezín, Dachau, Auschwitz. Da oltre vent’anni la vita di Francesco è completamente dedicata a “resuscitare” la musica composta in modo più o meno clandestino nei lager, dai prigionieri di ogni nazionalità e religione che non hanno mai smesso di far sentire la loro voce…
Francesco Lotoro, che scopre che il cognome dei suoi avi era Dello Toro, ebrei di Spagna sbarcati a Trani sul finire del 1500, riannoda “i fili di quell’anima ebraica” e sacrifica ogni cosa per restituire dignità a quegli uomini e a quelle donne che poco più di sessant’anni fa, a dispetto delle torture fisiche e psicologiche, delle umiliazioni, della fame, degli esperimenti sui loro corpi, dei soprusi, della condanna a morte con un solo gesto della mano di SS in camice bianco, hanno caparbiamente continuato a scrivere e a sussurrare note e parole, canzoni, musiche e poesie per non essere dimenticati. Grazie al libro di Thomas Saintourens anche Francesco Lotoro e Grazia, la sua compagna silenziosa hanno il giusto riconoscimento per il loro encomiabile sacrificio, per non dimenticare che “La musica è fatta d’aria, oltrepassa filo spinato e mura e diventa libertà…”.

 

 

 

 
 
 
 
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