Il maestro di Auschwitz

Alex Ehren arriva al campo di concentramento di Auschwitz nel dicembre del 1943, assieme ad altre 5006 persone. Non appena sceso dal convoglio viene indirizzato verso la sezione BIIb, il Campo famiglie ceco, dove già sono presenti i detenuti arrivati con il carico di settembre. I due gruppi sopravvivono insieme per qualche tempo, finché i settembrini non sono mandati a morire. Si apre allora ad Alex una possibilità: Himmelbau, responsabile del Blocco dei bambini, vecchia conoscenza del ghetto di Praga, invita lui, Fabian e Beran a diventare insegnanti dei bambini prigionieri. Ma ci sono delle regole da rispettare: non si parla di morte né del camino, si fa loro credere che resteranno nei campi fino alla fine della guerra e poi saranno rimandati a casa, e, soprattutto, è vietato insegnare davvero. Tuttavia, aggiunge Himmelbau, “A volte il gioco è il modo migliore per insegnare e l’insegnamento migliore è giocare”. Per Alex comincia allora una nuova vita al campo, dettata dai ritmi dei bambini – Adam, Bubenik, Majda, e molti altri: deve condurli agli appelli mattutini e serali, deve lavarli e ogni giorno deve inventare dei nuovi giochi per farli distrarre e fargli apprendere qualche cosa: giochi di memoria, di invenzione, scrittura di poesie, di esplorazione del campo, di aritmetica e così via. È necessario, insomma, fare di tutto per distrarli dalla cruda realtà di Auschwitz. Realtà che presto bussa alla porta di Alex, quando viene contattato dall’organizzazione clandestina, pronta a combattere, presente al campo…

“Otto non voleva che fosse uno dei tanti documenti sulla tragedia dell’Olocausto. Esistevano già molti libri simili. […]. Ha creato i protagonisti del libro ispirandosi a persone che aveva conosciuto. Ma ne ha cambiato le identità in modo che non potessero riconoscersi”. Nell’introduzione a Il maestro di Auschwitz, Dita Kraus, moglie dell’autore (morto nell’ottobre del 2000), spiega la nascita del libro e il motivo per il quale i personaggi siano di fantasia e perché è stato utilizzato il tòpos manzoniano del diario segreto. La genesi del romanzo, più delle invenzioni e dei diari, merita particolare attenzione. Infatti il Blocco 31, quello dei bambini, secondo le ricerche condotte da Otto dopo la fine dell’incubo, presentava una sorprendente statistica: i detenuti i quali non avevano avuto a che fare con i piccoli avevano un tasso di sopravvivenza del 6,6%, mentre per gli insegnanti e gli educatori il tasso toccava l’83%. E, cosa ancora più sbalorditiva, questa percentuale era formata in larga parte da intellettuali, gente che poco era abituata a lavori fisici. Il maestro di Auschwitz vuole essere la spiegazione a questo fenomeno: “Otto giunse alla conclusione che era stata la loro missione a infondere forza e resistenza agli addetti al Blocco. Avevano avuto un obiettivo che li aveva aiutati a superare il terrore della morte incombente e l’autocommiserazione per la perdita delle proprie giovani vite. Si erano dedicati ad alleviare le sofferenze dei bambini”. Lo psichiatra e filosofo Viktor Frankl, anche lui prigioniero in un campo nazista per ben quattro anni (1942- 1945), ha supportato questa teoria nello scritto Uno psicologo nei lager. Guai, dunque a trattare Il maestro di Auschwitz come un romanzo qualunque: è, in tutto e per tutto, una testimonianza preziosa e come tale deve essere trattata, soprattutto qui da noi, in Italia, dove il 15,6% degli italiani – dati Eurispes – crede che la Shoah non sia mai avvenuta.

 


 

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