Il mago

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Sofia, 2011. Il fotoreporter Gerhard Samuel è a caccia di informazioni che non riesce però a farsi fornire dalle autorità bulgare. Burkhard Seidel, un uomo che da decenni tiene un archivio privato a Lipsia sulle persone scomparse mentre cercavano di fuggire in Occidente dai Paesi oltre la Cortina di ferro - proprio come è successo ai suoi due figli nel 1985 - ha dato a Samuel una foto raffigurante il cadavere di un polacco chiamato Piotr Boszewski, scattata nel 1980 alla frontiera tra Bulgaria e Grecia. Ma per avere informazioni serve l’autorizzazione dei familiari della vittima autenticata da un notaio e tradotta in bulgaro e un militare gli fa chiaramente capire che anche se avesse quei documenti non riceverebbe alcuna informazione, perché probabilmente sono conservate negli archivi delle forze armate. Mentre gira tra uffici pubblici a farsi sbattere porte in faccia, è cercato insistentemente al telefono dal suo amico berlinese Frank Derbach, che con toni concitati gli chiede di incontrarlo prima possibile. Derbach ha lavorato per vent’anni alla Stasi e ultimamente sembra ossessionato da qualcosa, ha persino smesso di bere. È a Sofia, a quanto pare. Si accordano per un incontro in un locale poco lontano dall’albergo dove alloggia Samuel, che è un po’ irritato dalla faccenda. Oltretutto è un periodo difficile per lui: solo una settimana prima la sua compagna Kryschtyna l’ha mollato, andandosene di casa senza dire una parola, e la sua insufficienza coronarica si fa sentire sempre di più. Mentre sta recandosi all’appuntamento con Derbach, vede l’amico prelevato a forza da due uomini che lo sbattono in un’automobile nera. Mentre torna precipitosamente in albergo, si domanda angosciato cosa deve fare: telefonare alla polizia? Contattare l’ambasciata tedesca?

Nel 2010 il Bundesbeauftragte für die Stasi-Unterlagen (BStU), cioè il Commissariato Federale per gli archivi della Stasi, la famigerata agenzia di intelligence della ex Repubblica Democratica Tedesca (la Germania Est) ha distrutto una quantità ingente di documenti: tra questi anche i registri dei tentativi di fuga attraverso il confine bulgaro prima dell’implosione dell’URSS. In molti casi, nel caos colorato di cupi rancori dell’epoca, le guardie di frontiera approfittavano di quelle tentate fughe per eliminare dissidenti e oppositori. Si dice addirittura che la DDR remunerasse le autorità bulgare per ogni esecuzione di cittadini tedeschi fuggiaschi. A far “sparire” gente come un mago fa sparire un coniglio – di qui il titolo di questo romanzo, European Union Prize for Literature nel 2015 – è anche il villain della vicenda, ex agente della Stasi con sulla coscienza molti morti e ora in folgorante ascesa nel panorama politico tedesco. Malgrado sia spietato e letale e abbia cancellato con cura (quasi) tutte le tracce, l’uomo va smascherato a tutti i costi: è quello che i protagonisti del libro cercano di fare lungo le 550 pagine del romanzo-monstre della Parys – impeccabile la traduzione di Alessandro Amenta, docente di lingua polacca all’Università di Roma Tor Vergata. La loro fatica e quella del lettore verrà ricompensata, il che perlomeno è consolante. La polacca Magdalena Parys, nata a Danzica ma berlinese ovest d’adozione, è cresciuta a cavallo della Cortina di Ferro e questo ha senza dubbio influenzato il suo sguardo, rendendolo più capace di cogliere sfumature e contraddizioni. Il risultato è un “romanzo multistrato” in cui si affastellano omicidi, corruzione, spionaggio, politica, cambiamenti sociali e storici e persino qualche sfumatura rosa. Molta carne al fuoco, ma purtroppo poco fuoco.



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