Il maledetto

Il maledetto
È consapevole che probabilmente questa sua rivelazione scioccherà i suoi colleghi storiografi, ma in realtà la sua ipotesi – anzi, è qualcosa di più di una semplice ipotesi – è che la maledizione non si sia manifestata pubblicamente per la prima volta a Princeton il quattro di giugno del 1925, ossia il giorno del disastroso matrimonio di Annabel Slade, ma qualche tempo prima, per la precisione verso la fine dell’inverno, all’inizio del mese di marzo, alla vigilia del mercoledì delle Ceneri. Quella sera Woodrow Wilson fa una visita clandestina al suo mentore di lunga data, Winslow Slade, ma è anche la stessa data durante la quale il senso della famiglia di Woodrow Wilson, anzi la sua stessa identità razziale, subisce un trauma considerevole. Tutto inizia in modo innocente: alla Nassau Hall, nell’ufficio del rettore dell’ateneo di cui Wilson sta riformando la qualità dell’istruzione per liberarlo dai pregiudizi che lo mettono in cattiva luce, a tutto vantaggio di Harvard, un giovane seminarista di nome Yaeger Washinton Ruggles fa visita a Wilson. Ruggles è stato assunto da poco tempo in qualità di precettore di latino per contribuire all’istruzione degli studenti. È un ragazzo snello e slanciato, originario della Virginia, con una voce suadente, un lontano cugino di Wilson – le parentele variamente ramificate e intrecciate sono una caratteristica assai comune – presentatosi da solo al rettore dell’università: Wilson lo assume subito, colpito dalla cortesia, dal portamento, dall’intelligenza. In Ruggles Wilson vede qualcosa di sé, di quando, molti anni prima, è stato studente di legge in Virginia, con uno spiccato interesse per la teologia. Ruggles è serio, compassato, sereno. Ma quel pomeriggio di vigilia del mercoledì delle Ceneri 1925 non lo è affatto…
L’acqua cheta, si sa, o quantomeno si dice, proverbialmente, fa marcire i ponti. E in effetti un’apparente e superficiale tranquillità esteriore non sempre è sinonimo di calma reale: anzi, tutt’altro. Senza stare a scomodare il Winckelmann, con la sua teoria in merito all’armonia dell’arte classica, che non palesa, mediante la sua immagine di bellezza assurta a canone di eleganza, nessuna delle pur violentissime passioni che ne agitano le profondità, basti pensare (si consenta il tono scherzoso), alla Gubbio di Don Matteo. O alla Vigata dell’irresistibile commissario Montalbano. O alla Cabot Cove dell’incantevole, unica, sola, meravigliosa e insostituibile Jessica Beatrice Elora MacGill coniugata con Frank Fletcher e poi di lui vedova, incarnata sullo schermo da Angela Lansbury. Ci hanno provato a sostituirla, ma il progetto non è nemmeno decollato. Ogni tanto, al mondo esiste ancora la decenza. Tornando a noi, comunque, tutto questo sta a significare che un posto che sembra quasi noioso in verità può presentare qualche problema quando tocca viverci, e anche grosso. Il New Jersey del 1925, e in particolare Princeton, sembrano garantire ai propri abitanti un riparo più che confortevole da ogni genere di avversità. E invece proprio lì, in un mood à la Stephen King, accade l’impensabile: una sorta di maledizione demoniaca, che miete vittime tra la fanciulle più in vista della comunità, fatta anche di membri illustri, le cui figure si intrecciano con le indagini che puntano a svelare l’arcano. Joyce Carol Oates non ha bisogno di presentazioni (Notturno, Un’educazione sentimentale, Nel buio dell’America, Acqua nera, Una famiglia americana, Le cascate), ma forse Il maledetto è in assoluto il suo miglior libro. Scritto benissimo, articolato, teso, intelligente.

 

 

 

 
 
 
 
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