Il mantello di porpora

Inverno 1453. Una pattuglia di giannizzeri ottomani si imbatte durante un giro di perlustrazione in una antica tomba, in una radura nei pressi di un ruscello. Sul marmo c’è una enigmatica iscrizione in greco che allude a una “morte ammantata di porpora”. Più della paura e della superstizione può l’avidità, e i soldati profanano il sepolcro. All’interno tre scheletri – di cui uno avvolto in un lacero mantello rosso – una fibula d’oro e una cassetta di bronzo contenente due manoscritti, anch’essi in greco. La cassetta passa di mano in mano e arriva al sultano Mehemet II, il conquistatore di Costantinopoli, che affida i manoscritti al dotto emiro Bedrì Bekir perché li traduca. Il primo e più corposo è datato 383 d. C., e in esso un anziano eunuco racconta una storia affascinante. Una storia che inizia quarant’anni prima, quando Evemero, reduce da un’infanzia da incubo come oggetto delle perversioni di un tale Diofante, viene acquistato dalla famiglia di domina Elena e condotto in una tenuta di campagna nei pressi di Nicomedia. Qui incontra il gracile e triste ragazzino di nome Flavio Claudio Giuliano, nipote dell’imperatore Costantino, scomparso da poco. Alla morte del controverso sovrano al potere era salito Costanzo, che aveva deciso di scatenare una campagna di omicidi per eliminare gli altri pretendenti – reali o presunti – al trono. Della famiglia di Giuliano erano sopravvissuti solo lui e il fratello Gallo: quest’ultimo era stato spedito a Efeso, mentre Giuliano era appunto stato mandato dalla nonna, a Nicomedia. Tra il giovane eunuco dagli occhi bistrati e il timido ragazzino nobile scatta subito una simpatia che diventa ben presto un legame profondo…
Narrato per la maggior parte dal punto di vista di Evemero il Libico, l'eunuco che dell’imperatore è servo, segretario, amico e amante sin dalla giovinezza, e chiosato da un epilogo struggente firmato da Mardonio, figlio naturale dell’imperatore vigliaccamente definito dagli storici cristiani come “l’Apostata”, il romanzo di Luigi De Pascalis non cade per fortuna nella trappola di voler stilare un manifesto anticristiano. In questo si differenzia dal suo modello più fortunato, Giuliano di Gore Vidal, romanzo invece decisamente più ideologico e schierato. Il mantello di porpora è un affresco complesso e articolato come lo è la realtà: certo traspare dalle pagine la fascinazione per il paganesimo e per la cultura classica dell’autore, ma questa fascinazione non è mai spinta alle estreme conseguenze. Il Giuliano di De Pascalis non è un martire laico ma un uomo con le sue grandezze e le sue miserie, le sue luci e le sue ombre: non è scolpito nella pietra ma nella carne. Il monumentale lavoro di ricerca storica che è alla base del libro non incide poi sulla fruibilità del romanzo, che è (anche) una magnifica avventura e una struggente storia d’amore. Il mantello di porpora non solo si inserisce a pieno titolo nella grande tradizione del romanzo storico italiano, ma ne costituisce una delle più alte espressioni.

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